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Home » Colesterolo, pressione, diabete e reni: perché dopo l’infarto resta il rischio cuore
Salute

Colesterolo, pressione, diabete e reni: perché dopo l’infarto resta il rischio cuore

Sala StampaDi Sala StampaAgosto 31, 20264 min di lettura
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Colesterolo, pressione, diabete e reni:  perché dopo l’infarto resta il rischio cuore

Sei persone su dieci non arrivano agli agognati 130/80 millimetri di mercurio per la pressione. L’83% dei pazienti si ritrova con il colesterolo Ldl, quello “cattivo”, che rappresenta il fattore causale dell’infarto e facilita la rottura della placca, superiore ai 55 milligrammi per decilitro. Una persona su tre fa i conti con la necessità di controllare al meglio il diabete e il 31% dei soggetti deve affrontare anche una malattia renale cronica. Insomma, se si parte dalle raccomandazioni delle linee guida della Società europea di Cardiologia (Esc), per chi ha avuto un infarto o comunque è andato incontro a tecniche di rivascolarizzazione delle coronarie o ancora soffre di angina instabile non c’è proprio di che sorridere.
A segnalarlo una volta di più sono i risultati appena pubblicati dello studio Euroaspire VI, condotto in 27 Paesi tra cui le principali nazioni europee e l’Italia, che ha partecipato con alcuni centri. La ricerca, presentata al Congresso Esc di Monaco di Baviera, ha avuto un obiettivo ben preciso: confrontare le strategie diagnostiche e terapeutiche nei pazienti con cardiopatia ischemica per valutare se quanto indicato nelle prescrizioni dell’Esc viene effettivamente rispettato dopo la dimissione dall’ospedale. «I risultati, purtroppo, non sono così soddisfacenti come si potrebbe sperare – commenta Furio Colivicchi, presidente della Fondazione Anmco per il Tuo Cuore e leader nazionale per lo studio Euroaspire VI -. Nonostante la disponibilità di farmaci efficaci e sicuri in grado di controllare i diversi fattori di rischio, e che hanno dimostrato ridurre il rischio di progressione della malattia e di nuovi eventi, nella pratica clinica il loro utilizzo è evidentemente non sufficiente».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

I dati preoccupano

Dalla grammatica alla pratica, insomma, il salto è lungo. «L’osservazione di un insufficiente controllo dei fattori di rischio e subottimale adesione a uno stile di vita sano, come riportato nello studio Euroaspire VI fa emergere la forte necessità di investire in prevenzione e riabilitazione dopo un evento acuto, ma evidenzia come la strada da fare sia lunga, anche se magari ci sarebbero le strategie di cura per giungere all’obiettivo», fa sapere l’esperto. Il caso del colesterolo Ldl in questo caso è paradigmatico. Più di quattro pazienti su cinque non riescono a raggiungere l’obiettivo ma se si leggono i numeri si vede che il 93% dei soggetti segue una terapia con farmaci che dovrebbero portare all’obiettivo. «Poiché i farmaci a disposizione sono diversi, questo potrebbe significare che non si usano in maniera ottimale – segnala Colivicchi -. Ma come detto è solo un esempio. Se si va a vedere infatti l’assunzione di tutti i farmaci da prescrivere secondo le linee guida, le cure vengono seguite regolarmente dal 34% delle persone». Poco più di un paziente su tre, insomma. Ed è davvero proprio poco.

La situazione in Italia

Euroaspire, va detto, considera tra i suoi obiettivi non solo gli eventuali trattamenti farmacologici assunti dal paziente, ma prende in esame anche stili di vita (fumo, peso, alimentazione etc.) che tanto possono impattare sull’apparato cardiovascolare, soprattutto dopo un evento acuto. Nella graduatoria, l’Italia è al quarto posto con un 24% di persone che raggiungono gli obiettivi indicati dalle linee guida proprio considerando la globalità delle caratteristiche del paziente. Non siamo messi male, considerando che la Germania, prima in classifica, è al 29% e che Svezia e Francia, sul podio, ci precedono solo di poco. Ma c’è un aspetto che deve assolutamente essere migliorato. In Italia solo poco più di una persona su due (siamo al 53%) procede in un percorso riabilitativo mirato dopo l’infarto. Sotto questo aspetto siamo a metà classifica rispetto agli altri 27 paesi coinvolti nello studio. E non va certo bene. I risultati di questo studio devono dunque essere un forte stimolo a migliorare le cure dopo un infarto. «Gli strumenti ci sono vanno solo messi in pratica in maniera più efficace – conclude Colivicchi -. Si può migliorare, e molto, anche sul fronte della riabilitazione, soprattutto considerando che sono state appena pubblicate anche le prime linee guida europee sulla riabilitazione, a sottolineare l’importanza della partecipazione a programmi di riabilitazione cardiologica».

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