Nonostante le aspettative, sempre alte, anche la fashion week parigina dedicata alla moda maschile, conclusasi domenica, è apparsa alquanto scarica, non diversamente da Milano. La canicola insopportabile non ha aiutato, ma è il sistema tutto che pare giunto al punto di arresto. La produzione di puro entertainment è illusoria e di grande detrimento: se non si lavora sui vestiti crolla tutto, in primis l’interesse finale dei consumatori. È solo partendo dagli oggetti, infatti, che si struttura un messaggio di reale impatto.
Non è un caso che, in questa prospettiva, il vero trionfatore della stagione sia stato Michael Rider con Celine. Qui, tutto parte dai vestiti, con i quali si gioca mentre ci si racconta andando in infinite direzioni senza tema di essere tacciati di incoerenza. Anzi, il contrario: l’idea è proprio di raccontare e contenere moltitudini, riconoscendo che una sola persona può essere molte, e di conseguenza anche un marchio.
La collezione ha una leggerezza e una energia ineffabili, e riassume in modo personale quasi tutti i temi della stagione – leggerezza, decorazione, indulgenze femminee – rendendoli elementi di un discorso modulabile ad libitum.
Da Magliano, l’idea di una vita vissuta intensamente – indossando capi sui quali si scrivono gli sbreghi, le pieghe e le macchie di mille avventure – è un tratto identitario. Per la seconda stagione a Parigi, Luca Magliano trasporta i suoi inconfondibili emarginati della provincia emiliana nello sfarzo decadente di Chez Maxime, mettendo in scena un tableau vivant che ritrae il momento conclusivo di un sontuoso banchetto. L’allestimento, accompagnato da un odore pungente, è suggestivo, sebbene spurio rispetto allo spirito del marchio. Quanto ai capi, è interessante osservare quanto Magliano riesca a esprimere restando fedele al proprio codice stilistico, di fatto ponendosi come un classico sui generis.
I modelli di Willy Chavarria hanno l’atteggiamento fiero tipico della cultura Chicana. Questa stagione la sfilata è meno teatrale, ma sempre percorsa da un fervido ecumenismo che, a questo punto, significa poco, mentre i vestiti dicono anche meno. Da Junya Watanabe è tutto un affair di tute da ginnastica, perle e catene, mentre da Amiri lustrini e austerità si uniscono in modi affatto personali.










