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Home » Così le aziende americane riaprono la corsa alla modifica del Dna degli embrioni
Salute

Così le aziende americane riaprono la corsa alla modifica del Dna degli embrioni

Sala StampaDi Sala StampaGennaio 6, 20265 min di lettura
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Così le aziende americane riaprono la corsa alla modifica del Dna degli embrioni

Modificare il DNA dell’embrione umano e cambiare le sorti di tutta la generazione del nascituro: è la nuova scommessa della Silicon Valley, dove un fiume di investimenti sta confluendo in start-up che intendono utilizzare l’innovativa tecnica CRISPR del “taglio” del DNA per applicarla nel campo della genetica riproduttiva. Nuove biotech che accanto alla proposta di test genetici già consolidati per identificare gravi anomalie cromosomiche o mutazioni rare, affiancano l’idea, ancora in gran parte teorica, che queste informazioni possano guidare modifiche del DNA ad hoc già nell’embrione.

Gli americani non sono però i pionieri in questo campo: lo è stato, nel 2018, un ricercatore cinese che per la prima volta ha utilizzato CRISPR in un esperimento di modifica genetica di embrioni umani destinati alla nascita. L’esperimento, condotto in violazione delle regole allora vigenti, mostrò che la tecnologia non era sotto controllo e che gli esiti dell’intervento risultavano incompleti e imprevedibili, aprendo un dibattito globale sui limiti scientifici, clinici ed etici dell’editing genetico della linea germinale. L’obiettivo dichiarato dell’esperimento condotto in Cina era rendere due bambine resistenti all’infezione da HIV intervenendo sul gene CCR5. Dopo la nascita, però, emersero i limiti dell’intervento: una delle gemelline presentava la modifica su una sola copia del gene, una condizione che non garantisce la resistenza all’infezione, mentre nell’altra furono riscontrati effetti fuori bersaglio, ossia alterazioni genetiche non previste, di cui non sono note le conseguenze nel lungo periodo. In entrambi i casi, non esisteva certezza di una protezione dall’HIV. La vicenda suscitò una condanna quasi unanime nella comunità scientifica internazionale e portò all’incarcerazione del ricercatore responsabile.

Maurizio Genuardi, direttore dell’Unità operativa di Genetica medica dell’Ospedale Gemelli e docente all’Università Cattolica di Roma, era stato appena nominato presidente della European Society of Human Genetics quando, nel 2019, il ricercatore cinese responsabile dell’esperimento fu arrestato. «È stata una vicenda che ha mostrato quanto sia facile aggirare le regole e quanto sia fragile il controllo globale su certe pratiche», osserva. «Anche in Cina questo tipo di intervento non era consentito», ma è stato di fatto tollerato fino a quando «non c’è stato un forte clamore scientifico e internazionale». L’intervento, ricorda Genuardi, era stato giustificato dal fatto che il padre era sieropositivo, «ma si andava ad alterare un gene non per curare una malattia del bambino, bensì per renderlo resistente a un’infezione per la quale esistevano già alternative». A questo si aggiungeva l’assenza di adeguati controlli: «si è trattato di studi sugli embrioni condotti senza che il protocollo fosse stato preventivamente sottoposto ad un comitato etico». Genuardi richiama un parallelo con pratiche già in uso, come la procreazione medicalmente assistita, citando il caso, riportato dalla CNN, di circa duecento bambini nati da un unico donatore di sperma portatore di una mutazione genetica associata a un aumentato rischio di tumori. Un episodio che, osserva, ha messo in luce la carenza di controlli adeguati e la presenza di interessi economici nella gestione di queste procedure. Dopo il caso delle gemelline cinesi, ricorda Genuardi, era calato il sipario su questo campo, che si è rialzato dopo 7 anni, nell’America di Donald Trump.

Il dibattito si sta già spostando rapidamente oltre l’ipotesi di utilizzare CRISPR sugli embrioni come terapia precoce per rarissime malattie monogeniche, che riguarderebbero numeri molto limitati di casi e difficilmente potrebbero sostenere un modello industriale. Più probabile, invece, è lo sviluppo di un modello di business centrato sull’espansione della diagnostica genetica pre-impianto, con test sugli embrioni sempre più estesi e sofisticati, e più probabilistici, basati su associazioni tra varianti genetiche e rischi futuri. In questo contesto, l’editing genetico potrebbe essere proposto come servizio “correttivo” aggiuntivo: non più la selezione dell’embrione privo di una mutazione nota, come avviene oggi, ma la modifica di embrioni che presentano varianti considerate indesiderate. Una prospettiva che, come avverte Giuseppe Novelli, genetista del Policlinico Tor Vergata di Roma, «alimenta promesse difficilmente mantenibili, come quella del bambino “geneticamente garantito”», e apre a un uso clinicamente fragile della tecnologia, con un rischio etico elevato, perché fondato su stime di probabilità e non su certezze biologiche. In relazione a questo, ricorda Genuardi, la European Society of Human Genetics ha pubblicato un position statement in cui l’uso dei punteggi di rischio poligenici in epoca prenatale viene definito «non etico e anche non scientificamente valido», mettendo in guardia dall’impiego di predizioni genetiche deboli per orientare scelte riproduttive.

Accanto a questa possibile direttrice, il dibattito si estende anche all’ipotesi di un uso migliorativo dell’editing genetico. Una prospettiva lontana? Forse non del tutto. Se oggi la modifica genetica degli embrioni umani destinati alla nascita è illegale, negli Stati Uniti come in molti altri Paesi, e numerosi ricercatori e organizzazioni scientifiche hanno invocato una moratoria globale fino alla risoluzione delle principali questioni scientifiche ed etiche, «le cose possono cambiare rapidamente», avverte Maurizio Genuardi. «Il quadro attuale è contingente, non stabile», osserva, ed è destinato a essere messo alla prova dalla pressione tecnologica, economica e geopolitica che accompagna lo sviluppo di queste biotecnologie. A riportare l’attenzione su questo scenario è stata anche una recente inchiesta del Wall Street Journal, che, richiamando il dibattito sull’eugenetica, descrive un settore in rapida espansione nel quale lo screening embrionale viene presentato come strumento di controllo della “qualità” genetica e, in alcuni casi, come primo passo verso un miglioramento intenzionale dei tratti del futuro nato. Negli Stati Uniti, osserva Genuardi, «esistono già da alcuni anni aziende che promuovono la fecondazione in vitro associata a forme di selezione genetica», includendo la scelta degli embrioni sulla base di presunte predisposizioni a malattie dell’età adulta. In prospettiva, aggiunge, queste stesse realtà «propagandano anche la possibilità di selezionare sulla base del quoziente intellettivo o di altre caratteristiche psicointellettive», collocandosi esplicitamente nell’area del cosiddetto human enhancement, ovvero di pratiche che mirano a “migliorare” o potenziare le capacità umane.

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