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Home » Da Palermo a Torino ecco i pronto soccorso dove si aspetta anche più di 8 ore per farsi visitare
Salute

Da Palermo a Torino ecco i pronto soccorso dove si aspetta anche più di 8 ore per farsi visitare

Sala StampaDi Sala StampaDicembre 3, 20255 min di lettura
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Da Palermo a Torino ecco i pronto soccorso dove si aspetta anche più di 8 ore per farsi visitare

E’ l’incubo di molti italiani che hanno bisogno di cure o di una visita urgente: arrivare in pronto soccorso ed essere costretti ad aspettare a lungo per il proprio turno. Ma c’è chi è più sfortunato, soprattutto in alcuni ospedali italiani dove le attese si prolungano fino a otto ore e oltre: al pronto soccorso del Policlinico di Tor Vergata a Roma a esempio un paziente su quattro aspetta oltre otto ore (esattamente il 25,2%), come al Sant’Andrea sempre di Roma (23,6%), seguito dall’ospedale universitario di Cagliari (23,1%). Tra gli ospedali classici questa classifica davvero non invidiabile è guidata dal Riuniti di Palermo (il 20,7% dei pazienti aspetta otto ore o più), seguito dal Cardarelli di Napoli (20,4%) e dal SS. Antonio e Biagio di Alessandria (18,2%). I dati aggiornati arrivano da Agenas, l’Agenzia per i servizi sanitari regionali che ha messo in fila le performance delle aziende sanitarie ospedaliere e universitarie su questo delicato fronte dell’assistenza con alcuni appositi indicatori.

Dove si aspetta almeno 8 ore per farsi vistare

Le analisi sono suddivise tra ospedali universitari e ospedali generali, e mostrano una situazione disomogenea, ma con trend ricorrenti: i territori più in difficoltà si concentrano soprattutto nel Mezzogiorno e in alcune grandi aree metropolitane. In particolare l’indicatore sotto la lente dell’Agenas è quello della “Percentuale di accessi in pronto soccorso con tempi di attesa tra entrata e dimissione maggiore o uguale a otto ore”. In particolare il quadro degli ospedali universitari vede Tor Vergata raggiungere il 25,2% di pazienti (1 su 4) con permanenza oltre le 8 ore, il valore più alto in assoluto tra tutte le strutture considerate. Seguono: Sant’Andrea Roma 23,6%, Cagliari 23,1%, Giaccone di Palermo 21,9%, Careggi Firenze 18,5%, Maggiore della Carità di Novara 18,2%. Chiudono linvece a classifica con i valori più contenuti Padova (2,9%), Renato Dulbecco di Catanzaro (4,6%) e Parma (6,2%). Negli ospedali non universitari è, come detto, il Riuniti di Palermo al primo posto con il 20,7%, seguito dal Cardarelli di Napoli con il 20,4%. Significa che 1 paziente su 5 attende oltre 8 ore in queste strutture. Valori molto alti anche al SS. Antonio e Biagio di Alessandria (18,2%). Altri numeri rilevanti: Mauriziano di Torino al 17,9%, Garibaldi di Catania 15,4%, Sette Laghi (Varese) 15,3%, Cannizzaro (Catania) 14,4%. Tra le grandi strutture lombarde, il Niguarda di Milano appare in coda alla classifica, con una quota minore – il 7,4% – di accessi con tempo di attesa maggiore o uguale a 8 ore. E il dato più basso, 1%, si registra agli ospedali di Padova e San Carlo di Potenza.

Dove i pazienti abbandonano il pronto soccorso senza farsi vistare

C’è poi un altro indicatore – quello della percentuale di abbandoni dal Pronto soccorso – che dà il senso del disagio di queste strutture che alla fine vedono un certo numero di pazienti lasciare l’ospedale rinunciando a farsi visitare. Nel settore degli ospedali non universitari emergono valori molto alti di abbandono prima della visita medica a esempio a Palermo, sempre nel Pronto soccorso del Riuniti Villa Sofia–Cervello dove le “fughe” arrivano al 24,7%, seguito dal Dei Colli di Napoli con il 23,1%. Sopra il 15% anche il Vico Benfratelli di Palermo (18,2%) e il Garibaldi di Catania (15,6%). Valori significativi riguardano anche Cardarelli di Napoli (12,8%), Mauriziano di Torino (12,5%), Brotzu di Cagliari (11,5%) e Papardo di Messina (10,6%). Tra le grandi strutture del Centro-Nord, numeri meno allarmanti, ma comunque rilevanti si registrano al Papa Giovanni XXIII di Bergamo (9,9%), al San Giovanni Addolorata di Roma (9,3%) e al San Camillo Forlanini, sempre nella Capitale, con il 9,2%. Il dato più basso è al Santa Maria di Terni che si ferma allo 0,3%. Anche fra gli ospedali universitari si rileva una situazione variabile. Il pronto soccorso con il tasso più alto di abbandoni è il Giaccone di Palermo, dove raggiungono il 18,8%. Seguono: Tor Vergata (Roma) al 15,7%, G. Martino di Messina al 13,3%, Cagliari all’11,8%, Riuniti di Foggia all’11,6% e Sant’Andrea (Roma) al 10,9%. Tra le strutture con meno abbandoni: Padova (1,0%), San Matteo di Pavia (1,2%) e Verona (1,9%), che rappresentano i casi di maggiore efficienza

Il disagio del personale che lavora nei presidi di emergenze-urgenza

 Le difficoltà dei pronto soccorso italiani “sono il sintomo di una crisi più ampia del Servizio sanitario nazionale. Le cause principali sono anzitutto la carenza di migliaia di medici specialisti, con previsioni che indicano circa 4.500 operatori in meno rispetto a quelli necessari”. A questo si aggiungono “le condizioni di lavoro precarie. L’eccessivo carico e le condizioni al limite della sopportabilità portano a una fuga di medici dal settore, anche a causa della scarsa attrattività delle retribuzioni”. Così Pierino Di Silverio, segretario nazionale del sindacato dei medici ospedalieri Anaao Assomed, che a Roma ha promosso un incontro in cui si è parlato del quotidiano dei medici impegnati nei presidi di emergenza-urgenza, che si sono raccontati anche attraverso le storie di vita divenuti libri. Tra i partecipanti anche Michele Ruol, medico anestesista e autore di “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia”, finalista del premio Strega 2025. A contribuire alle difficolta che i medici incontrano ogni giorno in pronto soccorso, sottolinea Di Silverio, “non dobbiamo sottovalutare la trasformazione del sistema sanitario: il modello delle aziende ospedaliere, le aziende salute dove la cura è vista sempre più come un prodotto e non più come un servizio pubblico”. L’Anaao Assomed, conclude, “non si limita alle critiche, ma avanza anche proposte concrete: interventi immediati per aumentare le risorse umane e logistiche, specialmente durante periodi di picco come la stagione influenzale, ma anche investimenti a lungo termine per rendere il lavoro nei dipartimenti di emergenza più appetibile. E’ necessaria però anche una riforma strutturale del nostro sistema a partire dalla revisione del Dlgs 502 del 1992”.

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