Il Collio sloveno – oggi sempre più identificato con l’area di Brda – produce da almeno vent’anni bianchi di notevole precisione e, grazie a escursioni termiche marcate, valorizza vitigni come Rebula, Malvasia e altri aromatici di confine, annoverati tra i suoi alfieri migliori.
Dell’Ungheria ricordiamo spesso il mitico Tokaji, vino da meditazione più indicato a fine pasto che come aperitivo. Esistono però anche vinificazioni secche di Furmint che danno vita a bianchi di grande carattere, un po’ come è accaduto in Sicilia quando uve storicamente destinate al Marsala – Grillo e Catarratto – hanno iniziato a brillare in purezza.
In Grecia si vive benissimo anche senza scivolare nella Retsina. Oltre all’Assyrtiko, bianco complesso e sapido, reso celebre dalle vigne di Santorini, stanno crescendo molto anche i rossi. Due nomi su tutti: l’Agiorgitiko del Peloponneso, morbido e mediterraneo e lo Xinomavro del Nord che, quando è in forma e vinificato con mano felice, può ricordare per struttura e austerità certi grandi rossi piemontesi.
La Spagna vanta una grande tradizione, ma oltre alle rinomate Rioja e Ribera del Duero non vanno trascurati i bianchi della Galizia – Albariño in testa, con le sue classiche sfumature salmastre – né i rossi del Priorat, territorio selvaggio dove Garnacha e Cariñena danno vita a vini potenti ma tutt’altro che rozzi.
Stessa cosa per il Portogallo che produce ottimi vini rossi a prezzi ancora umani, soprattutto nelle zone del Douro e dell’Alentejo. Per i bianchi meglio orientarsi sul Vinho Verde (denominazione a nord della penisola). Insomma il Portogallo non è più fermo a Lancers e Mateus, dagli anni Ottanta ha archiviato le musicassette e cambiato playlist.











