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Home » Debito pubblico: la crisi del Golfo mette a rischio l’uscita dalla procedura Ue
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Debito pubblico: la crisi del Golfo mette a rischio l’uscita dalla procedura Ue

Sala StampaDi Sala StampaMarzo 10, 20263 min di lettura
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Debito pubblico: la crisi del Golfo mette a rischio l’uscita dalla procedura Ue

Il percorso verso l’uscita dalla procedura per disavanzi eccessivi sembrava ormai tracciato per l’Italia, ma la crisi in Medio Oriente minaccia di complicare la situazione e di mettere ulteriormente i bastoni fra le ruote del percorso di rientro dei conti pubblici del nostro Paese. La possibilità di anticipare di un anno il cammino virtuoso resta sempre chiaramente condizionata dalle decisioni dell’Europa, la successione di eventi che si è sviluppata quest’ultima settimana sullo scacchiere geopolitico internazionale pone tuttavia ulteriori incertezze e, nel caso dovesse scatenare conseguenze permanenti sui mercati finanziari, rischia di mettere in dubbio la necessaria discesa del rapporto fra deficit e Pil sotto il 3% fissato dal Trattato di Maastricht che ne è il presupposto essenziale.

La conferma arriva anche da Scope Ratings, che proprio questa mattina pubblica uno studio sulle finanze pubbliche italiane aggiornato agli eventi più recenti. «L’uscita dalla procedura per i disavanzi eccessivi – osservano Alessandra Poli e Carlo Capuano, analisti dell’agenzia di rating ed estensori del testo – è ancora possibile nel 2026, nonostante lo scorso anno il disavanzo registrato da Istat si sia mantenuto leggermente al di sopra della soglia del 3%». L’esito della vicenda dipenderà quindi dai dati relativi al 2025 che Eurostat pubblicherà ad aprile, dalla valutazione della Commissione Europea e dalla decisione finale del Consiglio dell’Ue, ma a questo si aggiunge una nuova incognita, e non certo di poco conto.

La trappola energetica e il rallentamento della crescita

«Un prolungato aggravarsi della crisi in Medio Oriente potrebbe pesare sulle prospettive economiche e fiscali» avverte infatti Scope a proposito del nostro Paese, che nonostante gli interventi effettuati per diversificare il proprio approvvigionamento energetico dopo l’invasione russa dell’Ucraina continua a dipendere dalle importazioni di gas. Al di là della fiammata alla quale abbiamo assistito sui mercati la scorsa settimana (con le quotazioni al Ttf di Amsterdam raddoppiate nel giro di pochi giorni) queste ultime rimarranno probabilmente costose e l’aumento dei prezzi dell’energia potrebbe far salire di nuovo l’inflazione, riducendo così i consumi e le esportazioni nette italiane.

Un’escalation prolungata del conflitto potrebbe in altre parole porre un brusco e inatteso freno alla già fragile crescita economica e far quindi crollare l’intero castello di carte del rientro fiscale. «Se la crescita economica dovesse rallentare allo 0,3% dall’attuale stima dello 0,7% prevediamo che il disavanzo rimarrà sopra il 3,0% nel 2026, complicando l’uscita dell’Italia dalla procedura per i disavanzi eccessivi» rilevano Poli e Capuano aggiungendo quindi un nuovo convitato di pietra, certo non di poco conto, al tavolo delle trattative con Bruxelles.

Il paradosso della difesa

Il tema si fa ancora più complesso quando si pensa che l’uscita dalla procedura di infrazione non rappresenta per l’Italia un obiettivo puramente formale, ma anche la chiave per sbloccare una serie di investimenti necessari, fra i quali (e non senza un certo paradosso) quelli legati al capitolo difesa. L’eventuale esito favorevole potrebbe infatti essere seguito dalla richiesta dell’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per aumentare la spesa militare grazie a una temporanea deviazione rispetto al percorso di spesa primaria netta concordato con le autorità europee. L’introduzione di costi per avvicinarsi all’obiettivo Nato del 2,5% rispetto al Pil entro il 2028 non altererebbe secondo Scope in modo materiale il deficit nell’immediato, grazie anche ai prestiti Safe (Security Action for Europe) «a meno che la crisi in Medio Oriente non abbia un effetto prolungato».

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