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Home » Dieci anni di politiche per le donne: molto contro la violenza maschile, troppo poco per il lavoro
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Dieci anni di politiche per le donne: molto contro la violenza maschile, troppo poco per il lavoro

Sala StampaDi Sala StampaMarzo 4, 20264 min di lettura
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Dieci anni di politiche per le donne: molto contro la violenza maschile, troppo poco per il lavoro

La condivisione del lavoro gratuito di cura è, forse, il nodo principale. Per la deputata dem, «potrebbe essere favorita dall’introduzione del congedo di maternità e paternità di cinque mesi obbligatorio e paritario al 100%, proposto dalle opposizioni e bocciato in questi giorni alla Camera senza che vi sia stata alcuna possibilità di confronto (bocciato per motivi di copertura finanziaria, ndr). Il Governo Meloni ha giustamente innalzato dal 60 all’80% la copertura per tre mesi di congedo parentale, ma non ha accettato di vincolare questo aumento a una fruizione paritaria anche di questi congedi. Eppure i dati dell’Inps usciti in questi giorni ci dicono che di questi congedi solo il 15% sono attualmente fruiti dai padri».

Le difficoltà per aumentare le assunzioni di donne

Guerra ammette che «vanno valutati con prudenza gli strumenti a favore delle assunzioni di donne. Sono favorevole alle premialità negli appalti a sostegno dell’occupazione femminile introdotte dal Pnrr, che però sono state di fatto annullate dalle deroghe successivamente ammesse. Le decontribuzioni invece sono un’arma a doppio taglio, in quanto spesso alimentano la segregazione delle donne sul lavoro rendendone possibile l’assunzione a bassi costi in settori poco qualificati e poco pagati». La strada, a suo avviso, dovrebbe essere quella di «dare seguito alla proposta di legge del Pd che disciplina il part time, come scelta volontaria e reversibile, e di tutto il campo largo sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. «In un’ottica di genere – afferma – tutti i temi relativi ai tempi del lavoro sono cruciali: il diritto alla disconnessione, il disincentivo, e non come adesso previsto in alcuni settori, l’incentivo al lavoro straordinario, ecc. Va inoltre totalmente rivista la modalità proposta dal governo per il recepimento della direttiva sulla trasparenza salariale che, nella formulazione proposta, legittima lo status quo, come se le categorie professionali utilizzate nella contrattazione pubblica e privata, non avessero spesso un connotato di discriminazione indiretta di genere piuttosto rilevante».

Il Family Act e l’esigenza di un approccio multidimensionale

Tra le criticità, c’è sicuramente quella di una frammentazione delle politiche per le donne che spesso impedisce una visione unitaria. Bonetti aveva tentato di superarla varando da ministra la prima Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026, basata su cinque pilastri: Lavoro, Reddito, Competenze, Tempo, Potere. Forse l’unico tentativo di approccio multidimensionale al tema delle pari opportunità, da cui era nato il Family Act. «Purtroppo – dice – non si è proseguito con l’impianto sistemico che avevamo voluto imprimere. Alcune misure di attuazione erano già state impostate, altre introdotte, ma l’assenza di azioni realmente integrate ha fatto mancare parte degli obiettivi. Il tasso di occupazione femminile ha raggiunto livelli storicamente alti, ma nello stesso tempo è aumentato il gap salariale. Ora serve una verifica puntuale dei target e, su quella base, costruire una nuova strategia. Il metodo — approccio integrato, obiettivi misurabili, indicatori chiari — resta la novità più rilevante che abbiamo introdotto per la prima volta nel sistema legislativo del Paese e va mantenuto».

Anche perché dalla commissione d’inchiesta sulla transizione demografica – continua la deputata – «emerge con chiarezza che il lavoro femminile e l’autonomia dei giovani sono assi strategici per contrastare il declino demografico. Vanno rafforzati e completati gli strumenti per aumentare l’occupazione delle donne — dalla certificazione per la parità di genere per le imprese ai servizi educativi — e va attivata una politica organica per i giovani: formazione qualificata, aumento dei salari, autonomia abitativa. Senza queste condizioni, la libertà di scelta sulla genitorialità resta solo formale».

Senza continuità le politiche falliscono

Da sottosegretaria a Palazzo Chigi con delega alle Pari opportunità nel 2017 Boschi aveva presieduto il primo G7 Pari opportunità a Taormina, dove fu sottoscritto l’impegno per i Governi a ridurre del 25% entro il 2025 il divario per l’accesso al lavoro delle donne. Che cosa abbiamo sbagliato? «A Taormina – ricorda – affrontammo vari temi, dal contrasto alla violenza di genere, alle Stem, dall’empowerment femminile al bilanciamento vita-lavoro. Ridurre del 25% il divario nell’accesso al lavoro tra uomini e donne non era uno slogan, era una scelta politica. Negli anni dei nostri Governi abbiamo esteso il congedo obbligatorio per i padri, ampliato i congedi parentali, dato un giro di vite su dimissioni in bianco, investito sugli asili nido, sostenuto il welfare aziendale, messo al centro l’imprenditoria e l’occupazione femminile come leva di crescita. Che cosa non ha funzionato? Negli anni successivi non è stata data continuità a quelle politiche. Sarebbe stato necessario lavorare per avere servizi strutturali, nidi accessibili in tutto il Paese, tempo pieno scolastico diffuso, parità salariale effettiva».

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