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Home » Difesa, l’import soddisfa un terzo del fabbisogno di equipaggiamenti militari dell’Italia
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Difesa, l’import soddisfa un terzo del fabbisogno di equipaggiamenti militari dell’Italia

Sala StampaDi Sala StampaMaggio 29, 20263 min di lettura
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Difesa, l’import soddisfa un terzo del fabbisogno di equipaggiamenti militari dell’Italia

L’industria della difesa italiana guarda a nuovi mercati ma un terzo del fabbisogno di equipaggiamenti militari del nostro paese è soddisfatto dalle importazioni. È uno degli aspetti messi in evidenza da Bankitalia nella Relazione annuale, resa pubblica venerdì 29 maggio.

Il documento fotografa la struttura della filiera della Difesa e gli impatti a livello macroeconomico di un aumento della spesa. Il primo elemento che viene messo in evidenza è che il settore privato della difesa è caratterizzato da una forte propensione all’export (58 per cento delle vendite), prevalentemente verso paesi extraeuropei, a fronte di acquisti in larga parte nazionali (72 per cento, equamente distribuiti tra beni manifatturieri e servizi). Circa un terzo del fabbisogno di equipaggiamenti militari dell’Italia, spiega l’istituto di Via nazionale, è tuttavia soddisfatto attraverso le importazioni. L’Italia acquista da fornitori esteri (Stati Uniti in particolare) circa il 30 per cento degli equipaggiamenti militari.

Per quanto riguarda gli effetti che aumenti della spesa per la difesa producono sulla crescita, nel documento Bankitalia delinea due scenari. Il primo, quello di base prevede un incremento permanente della spesa per la difesa pari allo 0,5 per cento del PIL, rivolto ai produttori nazionali, con approvvigionamento di beni intermedi anche sul mercato estero e con l’attuale ripartizione paritaria tra spese per il personale e per gli armamenti. In tale contesto, spiega l’istituto di Via nazionale, gli investimenti in R&S nell’intera economia aumenterebbero dello 0,6 per cento e il prodotto potenziale di 0,01 punti percentuali nell’arco di dieci anni, a fronte di un tasso di variazione annuale dell’output potenziale che, secondo le stime del Documento programmatico di finanza pubblica 2025, è in media di poco superiore a mezzo punto percentuale nel prossimo quinquennio.

Il secondo scenario, alternativo, considera un incremento permanente della spesa pari all’1,5 per cento del Pil, in linea con gli obiettivi Nato. Si ipotizza inoltre che solo un terzo delle risorse aggiuntive sia assorbito dal personale. In questo caso, gli investimenti in R&S delle imprese salirebbero di quasi quattro volte rispetto allo scenario di base e così anche il prodotto potenziale. Effetti più rilevanti emergerebbero se l’approvvigionamento fosse orientato verso imprese ad alta intensità di R&S o accompagnato da un aumento della spesa pubblica diretta in R&S che, anche se realizzata per applicazioni militari, può avere esternalità positive sul settore privato e sulla crescita potenziale.

Nel 2028 saranno 12,2 miliardi in più di spesa rispetto al 2025

La tendenza è chiara: il deterioramento del contesto geopolitico ha indotto i paesi europei aderenti alla Nato a programmare un aumento della spesa per la difesa, con l’obiettivo di portarla al 3,5 per cento del Pil entro il 2035. Per l’Italia, a ottobre il Governo ha valutato che sia realistico incrementare la spesa per questa finalità di un importo che potrebbe raggiungere complessivamente 0,5 punti percentuali del prodotto nel 2028 (circa 12,2 miliardi di euro in più rispetto al 2025).

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