Secoli di relazione tra architettura e paesaggio. Tra città e campagna. Tra memoria familiare e storia collettiva. Le dimore storiche italiane custodiscono archivi, giardini, collezioni, espressioni decorative, pertinenze agricole. Producono ricchezza in molte forme. Basti dire che la rete di proprietà — dalle ville rinascimentali alle cascine medievali — genera oltre 1,9 miliardi di euro di investimenti annui in restauro e ha attirato più di 35 milioni di visitatori nel 2024, secondo i dati presentati all’assemblea annuale dell’Associazione Dimore Storiche Italiane (ADSI). Tuttavia un quadro normativo frammentato impedisce al settore di esprimere del tutto il suo potenziale economico, senza considerare gli ulteriori spazi di azione che potrebbero aprirsi se solo alcune misure fiscali in discussione andassero finalmente in porto.
Le attività in Italia
Nei numeri è scritta la funzione svolta dalla dimore storiche in Italia. Sono circa 46mila beni culturali privati distribuiti su tutto il territorio nazionale, quasi il 30% nei Comuni sotto i 5mila abitanti, dove fanno da presidi culturali e identitari. Il 60% genera valore diretto attraverso attività nei settori del turismo, della cultura e dell’agricoltura, contribuendo anche all’occupazione giovanile. Le visite raggiungono quote importanti di turisti e curiosi grazie anche alle più di 20mila realtà che promuovono eventi e aperture al pubblico. Sul fronte della manutenzione, l’85% degli interventi è autofinanziato, con una spesa media superiore a 50.000 euro annui per bene. E non è tutto. Perché oltre diecimila dimore sono pronte ad ampliare le proprie attività in presenza di un contesto normativo più favorevole.
Odescalchi: siamo il museo più grande e diffuso
«La loro piena specificità sta nel fatto che continuano a vivere», spiega alla foltissima platea del Teatro Argentina di Roma la presidente dell’ADSI Maria Pace Odescalchi. «Non sono beni sottratti a tempo ma immersi nel tempo. Per questo sono esposti al deterioramento. Al costo della manutenzione, alla complessità della gestione, alla necessità di scelte e azioni continue. Il patrimonio culturale privato non produce soltanto bellezza. E questo, ci teniamo a dirlo, produce tenuta civile nei territori, apprezzata e presente. Attiva competenze che comprendono le nostre eccellenze, restauratori e artigiani, giardinieri, archivisti, tecnici, studiosi». In molti contesti, soprattutto al di fuori dei grandi centri urbani, una dimora storica «è e uno dei pochi luoghi capaci di dare riconoscibilità e prospettiva e una comunità intera. Le dimore storiche sono il museo più grande e diffuso d’Italia».
Dalle detrazioni all’Art Bonus
Le figure istituzionali presenti, dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida al Guardasigilli Carlo Nordio, segnala un interesse trasversale ai dicasteri. «La cultura in Italia deve essere sempre più considerata non solo come patrimonio identitario, ma anche come leva economica e produttiva capace di generare valore e sviluppo», è stata l’esortazione di Nordio. Una mano è possibile arrivi concretamente dalla legge di Bilancio. Agendo sulle detrazioni in base ai margini di finanza pubblica, come spiegato dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo. «Se si vuol ragionare sulla fuoriuscita dal tetto dei 75mila euro per gli immobili di interesse storico, artistico e archeologico oppure in alternativa elevando la percentuale del 19% questo può essere un percorso, sempre trovate le risorse». Al centro dell’agenda è poi l’estensione dell’Art Bonus — meccanismo di credito d’imposta attualmente riservato ai donatori che sostengono istituzioni culturali pubbliche — ai beni privati gestiti da fondazioni o enti del terzo settore. È il senso della proposta di legge che vede l’ex ministro Maurizio Lupi come primo firmatario, ormai prossima all’approvazione alla Camera. «Abbiamo trovato le coperture per i tre anni indicati nella norma dopo diverse interlocuzioni con la Ragioneria generale dello Stato», anticipa il leader di Noi Moderati. «Nel mese di maggio potrebbe arrivare il sì per poi passare definitivamente entro la fine dell’anno».
Verso i cinquant’anni di storia
Complessivamente l’associazione conta circa 4.500 soci e l’anno prossimo verranno festeggiati i suoi cinquant’anni di storia. L’assemblea è stata anche l’occasione per premiare i vincitori della settima edizione del Premio Tesi di Laurea ADSI, rivolto ai giovani ricercatori che studiano il patrimonio culturale privato. Il primo premio è andato agli architetti Elena Rizzico e Alessandro Piacentini del Politecnico di Milano per lo studio su Palazzo Franco a Vicenza. Il secondo è stato assegnato all’architetto Nicola Gigli per la ricerca sull’architettura rurale dell’Appennino reggiano, mentre il terzo è andato a Concetta Sidoti Abate dell’Università degli Studi di Palermo per l’analisi di Villa Piccolo di Calanovella.


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