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Home » Ex Ilva, avvocati: ripristinare gli impianti dopo la fermata costerebbe 830 milioni
Notizia

Ex Ilva, avvocati: ripristinare gli impianti dopo la fermata costerebbe 830 milioni

Sala StampaDi Sala StampaSettembre 19, 20264 min di lettura
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Ex Ilva, avvocati: ripristinare gli impianti dopo la fermata costerebbe 830 milioni

Costerebbe 830 milioni ripristinare gli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto dopo il loro spegnimento. Lo scrivono gli avvocati di Ilva in amministrazione straordinaria, la società proprietaria degli stabilimenti, citando la perizia di Rina Consulting nell’istanza con cui tornano alla Corte d’Appello di Milano per chiedere nuovamente la sospensione del decreto emesso il 27 luglio, quello che ha disposto la fermata dell’area a caldo entro 90 giorni che scadono il 26 ottobre. E stavolta l’istanza di sospensione – che è stata già rigettata l’11 settembre dai giudici di Milano – è riproposta con la motivazione che la Corte di Cassazione ha fissato per il 20 ottobre, tra un mese quindi, l’udienza delle Sezioni Unite Civili per trattare i ricorsi straordinari con cui Ilva e Acciaierie d’Italia, quest’ultima gestore degli impianti, chiedono di “cassare” il decreto di fine luglio (ricorsi presentati il mese scorso dalle due società).

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

“Una beffa fermare gli impianti e avere poi ragione in Cassazione”

“Sarebbe una vera e propria beffa se, all’esito della pubblica udienza dinnanzi alla Suprema Corte (o nei giorni immediatamente successivi), con il piano per lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo sostanzialmente completato, emergesse che i ricorsi per Cassazione di Ilva e AdI sono fondati – scrivono gli avvocati dell’azienda -. A quel punto, infatti, non sarebbe più possibile riavviare gli impianti ma sarebbero necessari costosissimi e lunghissimi interventi di ripristino, con le conseguenti responsabilità che potrebbero sorgere da tale situazione”. Per i legali, “il provvedimento di fissazione di udienza della Corte di Cassazione consente di rivedere da una prospettiva completamente diversa le esigenze cautelari dedotte da Ilva e AdI nei propri originari ricorsi e il giudizio di bilanciamento da svolgere in relazione all’istanza di sospensiva. Invero, trattandosi di attendere poche settimane prima di sapere se il decreto adottato dalla Corte d’Appello resisterà o meno ale censure sollevate da Ilva e AdI, il pregiudizio grave e irreparabile che la sospensione delle attività dell’area a caldo determinerebbe a carico degli impianti, giustifica senz’altro la sospensione dell’esecutività e/o dell’esecuzione del decreto”.

“I cittadini di Taranto devono attendere poche settimane”

Infatti, proseguono i legali, si richiede alla controparte – ovvero i cittadini di Taranto che si sono costituiti contro l’Ilva – “un sacrificio certamente molto più tollerabile rispetto a quello originariamente richiesto, appunto perché contenuto in poche settimane di attesa. In altri termini – rilevano gli avvocati -, nella nuova situazione venutasi a creare per effetto del provvedimento di fissazione della pubblica udienza avanti la Corte di Cassazione, il pregiudizio che Ilva subirebbe dall’esecuzione del provvedimento è incomparabilmente superiore a quello che i cittadini tarantini subirebbero per il fatto di dover attendere qualche ulteriore settimana prima di conoscere l’esito (a quel punto definitivo) della loro azione inibitoria”.

Costi ripristino e decarbonizzazione sono documentati

Citando poi il dato degli 830 milioni necessari a riattivare gli impianti, gli avvocati di Ilva ribattono all’affermazione contenuta nel provvedimento della Corte d’Appello dell’11 settembre, che conferma la fermata disposta il 27 luglio, laddove i giudici di Milano dicono che “Ilva e AdI non avrebbero in alcun modo documentato i costi necessari per ripristinare gli impianti dell’area a caldo dopo il loro spegnimento”. Inoltre, per i legali “non condivisibile è l’affermazione, che pure si legge nel parere della Procura, secondo cui Ilva e AdI non avrebbero preso in considerazione l’ipotesi di un ‘adeguamento’ degli impianti quale soluzione alternativa (e meno onerosa) rispetto al loro spegnimento. Anzitutto, Ilva e AdI hanno prodotto una nota di Rina Consulting per dimostrare che non sarebbe mai stato possibile, nell’esiguo termine di 90 giorni assegnato dalla Corte per lo spegnimento degli impianti, rimuovere l’amianto (si badi: entrocontenuto) presente negli impianti e ottenere una revisione dell’Aia 2025 con la fissazione di limiti più severi (che peraltro sarebbero privi di qualunque ancoraggio alle Best Available Techniques di settore) per le emissioni convogliate di PM 2,5 e PM 10. Inoltre, dal momento che l’amianto si trova nei cowpers (nei 4 rigeneratori di calore che soffiano aria calda a oltre 1.000 gradi in ciascun altoforno), ma soltanto nell’intercapedine tra la corazza metallica esterna e il rivestimento interno in materiale refrattario, la sua rimozione é possibile soltanto fermando i cowpers (e quindi l’altoforno) e rifacendoli ex novo. Ciò significa che se si vuole rispettare l’ordine della Corte d’Appello, non esiste alcuna pratica alternativa rispetto allo spegnimento degli impianti dell’area a caldo”. E ancora, evidenziano i legali di Ilva nell’istanza alla Corte d’Appello, “non condivisibile è l’affermazione secondo cui i progetti per la decarbonizzazione dello stabilimento di Taranto” indicati dalle società, farebbero riferimento ad argomentazioni “generiche e non documentate” poiché c’è il piano di decarbonizzazione della fabbrica che AdI “ha presentato nel mese di agosto 2026 in adempimento a una specifica prescrizione

dell’Aia 2025”.

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