Tutto spento. Dopo 62 anni di attività, l’ex Ilva ieri ha disattivato anche l’ultimo altoforno in preriscaldo, il 2 – l’1 e il 4 erano stati spenti già in settimana -, insieme alle batterie delle cokerie. Non c’é più nulla di attivo nell’area a caldo dopo che la Cassazione ha respinto i ricorsi di Acciaierie d’Italia e di Ilva e quindi confermato il decreto di fine luglio della Corte d’Appello di Milano che, per l’inquinamento da amianto e da polveri sottili, ha imposto lo stop. Ed è attualmente ferma anche l’area di laminazione. Ripartirà il 10 novembre e andrà avanti sino a poco prima di Natale per poi proseguire a gennaio con le bramme di acciaio fornite dal gruppo Marcegaglia.
La conseguenza di una così vasta inattività è il ricorso alla cassa integrazione straordinaria per 8.622 dipendenti diretti del gruppo, di cui 6.964 a Taranto, a cui si somma quella per l’indotto-appalto. Per 4.200 addetti di queste imprese ci sarà infatti la cassa in deroga. Ieri, al ministero del Lavoro, sindacati e Acciaierie hanno discusso della cassa per i diretti, ma non c’è stato alcun accordo ed è difficile che ve ne sia uno prossimamente. Il ministero ha aggiornato la riunione al 10 novembre per insediare una cabina di regia.
I sindacati hanno evidenziato il fatto che AdI, non avendo risorse, non intende più anticipare la cassa ma chiede che a pagare sia direttamente l’Inps. Ma questo per le sigle rischia di determinare un’erogazione fluttuante del trattamento, cioè senza una data precisa, mentre sino ad oggi AdI ha corrisposto la cassa lo stesso giorno dello stipendio. Sollevati, inoltre, altri due aspetti, tra cui il disallineamento tra cassa e integrazione economica alla stessa cassa. Infatti la sospensione dal lavoro l’azienda l’ha chiesta sino a febbraio, mentre l’integrazione é prevista sino a giugno, al pari della cassa in deroga per l’indotto-appalto.
L’altro aspetto evidenziato è che i lavoratori rischiano di trovarsi con tre buste paga: quella Inps sulla cassa, quella aziendale con l’integrazione economica (quest’ultima è finanziata dal Governo nell’ultimo decreto legge sull’ex Ilva) e un’altra ancora dell’azienda per quel personale che, nell’arco del mese, dovesse eventualmente svolgere una prestazione di lavoro.
«Noi sin dall’inizio abbiamo espresso la necessità di una legge speciale anche per gestire questa fase della cassa integrazione – dichiara Guglielmo Gambardella della Uilm -. Ci vogliono poi strumenti che riguardino prepensionamenti, riconoscimento del lavoro usurante nel ciclo integrale e incentivazioni all’esodo. Sono questioni che indipendentemente dal soggetto industriale che verrà e farà le offerte, bisogna affrontare». «Sollecitiamo le Regioni interessate ad azzerare il vincolo dei sei mesi di attesa per accedere ai corsi di formazione – chiede Valerio D’Alò della Fim Cisl -. Bisogna avviare subito la riqualificazione professionale. Costruire cataloghi formativi coordinati tra azienda e istituzioni che offrano competenze reali e spendibili, evitando percorsi poco utili rispetto al profilo professionale dei lavoratori. Resta inoltre prioritario fare piena luce sullo stato delle attività produttive sito per sito e sulle prospettive legate all’esito della gara». Mentre per la Fiom Cgil, dice Loris Scarpa, ministero e amministrazione straordinaria «devono garantire la continuità degli stabilimenti e la continuità salariale dei lavoratori. Chiediamo ci siano almeno le condizioni per far tornare al lavoro le persone con le bramme e i coils da lavorare negli impianti a freddo».











