La Procreazione medicalmente assistita (Pma) non deve essere un tabù, ma una possibilità da conoscere, tutelare e rendere accessibile. La testimonianza della sindaca di Genova, Silvia Salis, sulla propria esperienza di fecondazione in vitro, offre l’occasione per andare oltre la dimensione personale e avviare una riflessione collettiva che riguarda la cultura del nostro Paese, la salute riproduttiva e il futuro demografico, superando stereotipi e pregiudizi.
Ancora oggi, molte coppie che ricorrono alla Pma preferiscono non raccontare la loro esperienza. Dietro questo silenzio possono nascondersi pudore e timore del giudizio, ma anche la difficoltà di condividere un percorso spesso complesso sul piano fisico, psicologico ed emotivo. Per questo occorre andare oltre l’idea che concepire un figlio attraverso l’aiuto della medicina sia qualcosa da occultare o giustificare. La genitorialità non ha bisogno di essere legittimata dal modo in cui ha avuto inizio. Così, quando una figura pubblica, come nel caso della Salis, sceglie di condividere la sua esperienza, può contribuire a rendere visibile una realtà che riguarda migliaia di famiglie italiane. Non perché tutti debbano sentirsi obbligati a parlare della propria storia personale, ma perché nessuno dovrebbe sentirsi costretto a nasconderla.
Per affrontare con serietà il tema della denatalità, bisogna occuparsi anche delle donne e delle coppie che vorrebbero avere un figlio ma incontrano difficoltà biologiche, economiche e organizzative a portare a termine il loro progetto. Il nostro Paese sta attraversando una profonda crisi demografica. Secondo i dati diffusi dall’Istat, nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Per contrastare efficacemente questa tendenza occorre promuovere una nuova cultura della fertilità, rafforzare l’informazione e la prevenzione, migliorare l’accesso ai percorsi diagnostici e terapeutici, ridurre le disuguaglianze territoriali ed economiche. A questi interventi deve affiancarsi un adeguato sostegno psicologico alle persone che affrontano i trattamenti di PMA.
Il benessere psicologico, infatti, non può essere considerato come un lusso a carico del paziente. Per questo rivolgiamo alle istituzioni un appello urgente affinché il supporto psicologico venga riconosciuto e garantito in modo strutturale nell’ambito dei percorsi di riproduzione assistita, anche attraverso un’adeguata integrazione nei Lea, i Livelli essenziali di sssistenza. L’obiettivo è assicurare un accompagnamento continuativo, accanto alle cure mediche, che tuteli la salute psicologica di donne e uomini durante tutte le fasi.
In una prospettiva di accesso alla fecondazione assistita, una sana gestione del peso emotivo che devono sopportare le coppie che ambiscono alla genitorialità risulta determinante. Il percorso della Pma e le problematiche legate all’infertilità possono trasformarsi in una sofferenza nascosta, vissuta nella totale solitudine.











