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Fra rappresentazione e desiderio, così il corpo è diventato strumento della moda

Sala StampaDi Sala StampaMaggio 20, 20263 min di lettura
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Fra rappresentazione e desiderio, così il corpo è diventato strumento della moda

Sono tante – forse fin troppe – le riflessioni condensate da Maria Luisa Frisa nelle 130 pagine del suo ultimo libro, che parte da un assunto: «Ogni abito non copre solo un corpo, dice chi siamo e chi decidiamo di essere», come scrive l’autrice stessa, laureata in Storia dell’arte e da anni tra le più autorevoli teoriche della moda e curatrice di mostre, libri, cicli di lezioni universitarie.

Le riflessioni contenute nel saggio sono divise in nove capitoli, i più interessanti dei quali sono forse quelli dedicati al make-up, tema quasi sempre ignorato quando si parla di moda e non di “semplici” sfilate o servizi fotografici, e al corpo maschile, visto che ancora oggi l’attenzione è catalizzata da quello femminile, specie quando si parla di moda e nonostante la parte dell’industria della moda che cresce di più siano le collezioni uomo.

Ogni sezione del libro parte da sensazioni personali, confessioni a volte anche molto intime e da lì allarga lo sguardo. Ma a un certo punto si torna sempre al sé dell’autrice, come se il rapporto di ognuno di noi con il corpo – e la moda – fosse in realtà un unicum. Lo sguardo personale si intreccia con citazioni di stilisti del passato, più o meno remoto, da Gabrielle Chanel a Gianni Versace, morti rispettivamente nel 1971 e 1997 a 88 e 50 anni. Non mancano designer contemporanei, da Miuccia Prada ad Alessandro Michele, anche se il futuro della prima nel gruppo che ha co-fondato col marito Patrizio Bertelli sembra solidissimo, mentre quello del secondo, attualmente direttore creativo di Valentino, appare molto più incerto.

Alle citazioni di chi ha fatto o ancora sta facendo la moda si aggiungono riflessioni e ragionamenti ispirati da storici del costume, artisti, filosofi, critici d’arte, anche in questo caso viventi o ripescati da un passato che a tratti sembra davvero remoto: è il caso di Roland Barthes ma anche di Irene Brin, morti nel 1980 e 1969. Le date sono importanti: se è vero che donne e uomini continueranno a vestirsi e “accessoriarsi” facendo scelte dettate dal corpo con il quale sono nati ma anche dal gusto, da quello che vedono nello specchio e /o che vogliono comunicare agli altri, è altrettanto vero che l’idea di moda che sembra avere Maria Luisa Frisa è profondamente in crisi.

C’è stato un tempo in cui quasi tutto – tranne i pezzi unici dell’haute couture – ciò che vedevamo sulle passerelle, nelle riviste e poi in streaming o sulle piattaforme di e-commerce poteva essere desiderato, agognato e infine acquistato. Da alcuni anni non è più così: il prêt-à-porter vuole a tutti i costi trasformarsi in lusso e gloriosi creativi del passato (uno su tutti, John Galliano) si associano a colossi del fast fashion per ambire a vestire persone normali, non solo ultraricchi. Il corpo, ovviamente, non sarà mai nudo. Ma la moda come l’abbiamo intesa è già oggi marginale. E non è detto che sia un bene.

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