Per molto tempo i dati sono stati raccontati come se fossero neutri. Eppure, negli ultimi decenni, la ricerca sociale ha mostrato che anche i numeri nascono da scelte. Cosa misurare, come farlo, quali variabili includere e quali lasciare fuori: ogni dataset è il risultato di domande preliminari. E quando cambiano le domande, cambia anche il quadro che emerge.
Oggi la produzione statistica di genere è al centro di una trasformazione culturale con iniziative quali l’European gender data hub dell’European institute for gender equality, e con l’introduzione sistematica di indicatori disaggregati per sesso da parte di istituti come l’Istat. A dimostrazione ulteriore di come il modo in cui osserviamo le disuguaglianze si sta evolvendo, occorre anche citare lo strumento Valutazione di impatto generazionale introdotto in Italia lo scorso anno per chiedere alle istituzioni di misurare sistematicamente gli effetti sociali e ambientali delle leggi su diverse fasce della popolazione nel tempo, in particolare sulle giovani generazioni e sui gruppi vulnerabili. Una parte importante di questa trasformazione è guidata da statistiche, demografe, economiste e data journalist che stanno contribuendo a ridefinire il modo in cui osserviamo i fenomeni sociali ed economici. Non si tratta semplicemente di una maggiore presenza di professioniste nei centri di ricerca, ma di un cambiamento nello sguardo analitico. L’introduzione sistematica di indicatori di genere nella statistica pubblica, la rilettura dei dati demografici alla luce delle nuove forme familiari, la revisione delle metriche sul lavoro e sul welfare sono esempi concreti di come la prospettiva con cui si costruiscono i dati possa modificare la comprensione della realtà.
I numeri delle donne e della violenza sulle donne
Una delle figure più influenti in questo processo è la statistica Linda Laura Sabbadini, che per molti anni ha diretto il Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’Istat. Sabbadini è stata tra le principali promotrici dell’introduzione sistematica della prospettiva di genere nella statistica ufficiale italiana. Negli anni Novanta ha guidato la costruzione di indagini innovative su temi fino ad allora poco esplorati nelle statistiche pubbliche, come la violenza contro le donne, l’uso del tempo in un’ottica di genere e le trasformazioni delle famiglie. L’indagine Istat sulla violenza di genere, avviata nel 2006 e poi aggiornata negli anni successivi, è stata una delle prime in Europa a produrre dati comparabili su questo fenomeno. Grazie a queste rilevazioni è stato possibile stimare che circa il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale. Numeri che hanno avuto un impatto diretto sul dibattito pubblico e sulla costruzione di politiche di prevenzione e supporto alle vittime.
Sulla violenza di genere si concentra il lavoro della sociologa Giusy Muratore, all’Istat dal 1994 e che, praticamente da sempre, si occupa di violenza sulle donne, di raccogliere numeri e dati, di coordinare ricerche, di dare un senso a questa raccolta e di comprendere e spiegare un fenomeno drammatico che ancora non si riesce a scardinare. Nell’Istat è dirigente di ricerca e responsabile del gruppo di lavoro sullla violenza di genere. L’ultima importantissima indagine (la prima parte) è stata pubblicata in occasione del 25 novembre 2025, a distanza di undici anni dalla precedente, quella del 2014.
Il focus della demografia: il tema natalità al centro
Anche nel campo della demografia i dati stanno contribuendo a ridefinire il modo in cui interpretiamo le trasformazioni sociali. L’Italia è oggi uno dei paesi con il più basso tasso di fecondità al mondo. Nel 2024 il numero medio di figli per donna è sceso intorno a 1,20, uno dei valori più bassi mai registrati nel paese. Comprendere le ragioni di questo risultato richiede analisi che combinano dati economici, sociali e culturali. Tra le studiose che hanno contribuito maggiormente a questa rilettura c’è Chiara Saraceno, sociologa che per decenni ha utilizzato dati comparativi europei per analizzare le trasformazioni della famiglia, della povertà e delle politiche sociali. Le sue ricerche hanno mostrato come molti indicatori tradizionali non fossero più adeguati a descrivere la pluralità delle forme familiari contemporanee e come le politiche pubbliche dovessero adattarsi a una società sempre più diversificata.









