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Home » Il caso Vannacci spinge la maggioranza: ecco perché si accelera sulla legge elettorale
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Il caso Vannacci spinge la maggioranza: ecco perché si accelera sulla legge elettorale

Sala StampaDi Sala StampaFebbraio 11, 20265 min di lettura
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Il caso Vannacci spinge la maggioranza: ecco perché si accelera sulla legge elettorale

Se da una parte si decelera sulla riforma del sistema di elezione dei sindaci in vigore nelle grandi città dal 1993 che mira a rendere i ballottaggi residuali, dall’altra si accelera sul superamento dell’attuale Rosatellum in vista delle politiche: il proporzionale con premio di maggioranza che dona vittoria e governabilità al primo arrivato, anche di un soffio, deve essere pronto subito dopo il referendum per arrivare al sì di almeno una delle due Camere prima dell’estate. Perché quel che è certo è che il neo partito di Vannacci, stimato nei sondaggi attorno al 3%, ha convinto anche i più restii nel centrodestra a togliere i collegi uninominali del Rosatellum (il 37% del totale dei seggi), sistema con il quale già prima della scissione in casa leghista il risultato delle elezioni sarebbe stato una probabile “non vittoria”. In molti nella maggioranza ricordano il caso del 1996, quando si votò con i collegi uninominali del Mattarellum: la Fiamma Tricolore di Pino Rauti prese l’1,7% alla Camera e il 2,3% in Senato e quindi non entrò in Parlamento, ma tanto bastò a far perdere al centrodestra di Silvio Berlusconi molti collegi determinandone la sconfitta.

Via i ballottaggi nelle grandi città, ma solo dal 2027

Detto, fatto. Che il centrodestra non abbia mai visto di buon occhio i ballottaggi nelle grandi città è cosa risaputa. E ora, dopo mesi di discussioni accese nella commissione Affari costituzionali del Senato presieduta dal meloniano Alberto Balboni, la legge che uccide i ballottaggi dopo 33 anni è pronta per l’Aula con lo stesso Balboni relatore. Il quorum per essere eletti nei Comuni con più di 15mila abitanti si abbassa dal 50% al 40%, rendendo così il secondo turno un’ipotesi residuale, mentre il “premio” in termini di seggi in Consiglio comunale resta del 60% per garantire governabilità. Anche se la motivazione è quella del contrasto all’astensione crescente, è chiaro l’obiettivo politico di mettere in difficoltà il centrosinistra, storicamente più restio a trovare l’accordo su un candidato comune al primo turno (eclatante il caso di Roma alle ultime votazioni del 2021, con l’attuale sindaco Roberto Gualtieri secondo con il 27%, seguito da Carlo Calenda e Virginia Raggi entrambi attorno al 20%: elettorati poi ricompostisi al ballottaggio, vinto da Gualtieri con oltre il 60%).

La mano tesa alle opposizioni e l’occhio del Quirinale

Ma la notizia è un’altra: invece di prevedere l’arrivo in Aula ai primi di marzo con l’intenzione dichiarata di utilizzare il nuovo sistema già alle comunali di primavera, in Capigruppo è passata con il decisivo ruolo del presidente dell’Aula Ignazio La Russa la proposta del presidente dei senatori dem Francesco Boccia di “ritardare” fino al 14 aprile. Ossia ormai fuori tempo massimo per la seconda lettura della Camera prima delle comunali. Sicuramente ha pesato la volontà della premier Giorgia Meloni di non forzare la mano cambiando le regole a ridosso del voto in piena campagna referendaria sulla separazione delle carriere, esponendosi così a nuove accuse di “autoritarismo” da parte delle opposizioni. Secondo fonti parlamentari, poi, attenzione sul tema ci sarebbe anche da parte del Quirinale. Il bottino grosso, inoltre, sarà alle comunali del 2027 (Roma, Milano, Torino, Napoli) mentre a primavera andranno al voto poche città, e più piccole (i comuni più grandi sono Venezia e Reggio Calabria). Last but non least, una mano tesa alle opposizioni e in particolare al Pd è utile in vista della riforma elettorale per le politiche.

Riforma del Rosatellum anti-Vannacci entro il 2026

E qui veniamo all’altro lato della medaglia. Se per i Comuni si rinvia di fatto al 2007, per la riforma dell’attuale Rosatellum il tempo stringe: secondo le norme di soft low stabilite dal Consiglio d’Europa non è opportuno modificare il sistema elettorale nell’ultimo anno di legislatura. Eventuali ritocchi vanno quindi approvati con congruo anticipo rispetto alle elezioni per garantire ai cittadini e ai candidati il tempo necessario a comprenderne gli effetti e per non esporsi alla solita accusa di “autoritarismo”, tanto più che la nuova legge elettorale sarà con ogni probabilità approvata con la fiducia per evitare le trappole dei franchi tiratori nel voto segreto previsto dai regolamenti della Camera. L’obiettivo è arrivare al sì di almeno una delle due Camere entro l’estate.

Confronto tra i partiti subito dopo il referendum

Le prossime settimane saranno dunque cruciali per sciogliere i nodi all’interno della maggioranza per poi sottoporre il testo, dopo il referendum sulla giustizia, al confronto con le opposizioni. Lo schema, nonostante il ciclone Vannacci, resta quello noto: proporzionale con soglia di sbarramento al 3% concordata con Carlo Calenda (alzandola al 4% si rischia di risospingere Azione nell’orbita del campo largo) e premio di maggioranza del 55% dei seggi per chi supera il 40% (o 42%) dei voti. Quanto all’indicazione del nome del candidato premier sulla scheda elettorale, cara a Meloni e osteggiata dalla Lega e soprattutto da Forza Italia, al momento prevale il piano B, ossia l’obbligo di indicare il capo della coalizione al momento della presentazione del programma. Una soluzione che comunque creerebbe scompiglio nel campo largo, costretto a scegliersi un leader. L’importante è fare presto.

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