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Home » Il “diabete dei nonni” si fa largo tra i giovani: in vent’anni casi decuplicati
Salute

Il “diabete dei nonni” si fa largo tra i giovani: in vent’anni casi decuplicati

Sala StampaDi Sala StampaAgosto 25, 20263 min di lettura
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Il “diabete dei nonni” si fa largo tra i giovani: in vent’anni casi decuplicati

Fino a poco tempo fa il diabete di tipo 2 era considerata una malattia della mezza età o dell’anziano, che si presentava dopo i cinquant’anni, complice qualche chilo di troppo e una vita sedentaria. Ma adesso, uno studio della Colorado School of Public Health, inserito tra le presentazioni del prossimo congresso europeo di diabetologia (EASD) in programma a Milano a fine settembre, rivela un’insorgenza sempre più precoce e numerosa di questa malattia tra i giovanissimi, con una progressione che i ricercatori stessi definiscono senza precedenti.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

I dati dello studio

Il team di studiosi americani, coordinato dalla dottoressa Tessa Crume, ha analizzato oltre due decenni di dati raccolti dal Colorado Diabetes Registry, un sistema di sorveglianza che dal 2002 monitora ogni nuova diagnosi di diabete tra i soggetti con meno di vent’anni in tutto lo stato, incrociando codici diagnostici, esami di laboratorio e prescrizioni farmacologiche. Tra il 2002 e il 2023 sono stati registrati 8.094 nuovi casi di diabete di tipo 1 nei giovanissimi e 1.560 nuovi casi di diabete di tipo 2 tra i ragazzi di 10-19 anni. E mentre l’incidenza del tipo 1 è rimasta sostanzialmente stabile (passando da 25,07 a 27,39 casi ogni 100.000 giovani), quella del diabete tipo 2 è letteralmente esplosa, salendo da 2,37 a 22,30 casi ogni 100.000 adolescenti. Un incremento di quasi dieci volte, con un’accelerazione particolarmente evidente dal 2014 in poi.

Trend in crescita negli Stati Uniti

“Appena una generazione fa, il diabete di tipo 2 in un teenager era così raro che molti pediatri finivano la loro carriera senza averne mai osservato un caso, perché questa era tipicamente una malattia della mezz’età – commenta la dottoressa Crume -. In Colorado invece abbiamo registrato un aumento di casi di dieci volte tra i giovanissimi in appena due decadi e questo aumento sta accelerando, anziché rallentare”. Ma il fenomeno non è affatto circoscritto solo al Colorado. Anche il più ampio studio SEARCH for Diabetes in Youth conferma che tra gli adolescenti americani il diabete di tipo 2 si sta ormai avviando a superare, per numero di nuovi casi, la forma classica della malattia pediatrica, il tipo 1.

Il ruolo dell’obesità infantile

Dietro questa impennata di ‘tipo 2’ nei ragazzi c’è l’aumento generalizzato dell’obesità infantile. Un adolescente con un indice di massa corporea elevato che arriva in ospedale con la glicemia alle stelle oggi può avere, sia il tipo 1 sia il tipo 2 di diabete: solo la ricerca degli autoanticorpi specifici (il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune) e la valutazione dell’insulino-resistenza permettono di distinguere le due condizioni. E si tratta di un distinguo diagnostico fondamentale, dal quale dipende l’intera strategia terapeutica. “Abbiamo dunque bisogno di servizi – ammonisce la ricercatrice – che non solo ci consentano di curare un numero crescente di giovani, ma che ci diano anche la garanzia che ogni bambino con diabete di nuova insorgenza riceva test metabolici e degli autoanticorpi adeguati, anziché essere classificato tout court un ‘tipo 1’ in base al dato anagrafico e alla consuetudine”.

Il vero allarme però, riguarda quello che accade dopo la diagnosi. Il diabete di tipo 2 che colpisce un ragazzo di quattordici anni non è la stessa malattia che si manifesta in un adulto di mezza età: nei giovani le cellule del pancreas che producono insulina si esauriscono più rapidamente, la glicemia è più difficile da controllare e le complicanze a reni, occhi, nervi e cuore possono comparire nel giro di pochi anni, anziché di decenni come accade nel ‘tipo 2’ classico dell’anziano o della mezza età.

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