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Home » Il diavolo veste Prada 2, specchio fedele e crudele del giornalismo di moda (e non solo)
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Il diavolo veste Prada 2, specchio fedele e crudele del giornalismo di moda (e non solo)

Sala StampaDi Sala StampaMaggio 3, 20265 min di lettura
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Il diavolo veste Prada 2, specchio fedele e crudele del giornalismo di moda (e non solo)

Un’altra ragione del mio scetticismo per il D2 era proprio il fatto di non aver amato particolarmente il D 1. Troppo lontano (era il 2006!) dal giornalismo di moda come l’ho vissuto io e anche dalla moda che conosco io, in quanto donna italiana, prima che giornalista di moda. Nel D 1 trovai esagerate le mise, le macchiette e caricature di stilisti e giornalisti e uffici stampa. All’epoca ero al Sole 24 Ore da “soli” sei anni (fui assunta nell’agosto del 2000) e avevo iniziato a osservare e raccontare un mondo che mi affascinava e non mi sembrava in alcun modo somigliante a quello di Runway (che, sia detto, per inciso, in inglese è un modo per dire sfilata o passerella) o a quello di New York. Runway, per chi non lo sapesse, è una rivista “inventata” dall’autrice del libro da cui è tratto il D1 e Miranda Pristley – si è sempre detto – è un personaggio ispirato ad Anna Wintour, direttrice di Vogue America per la quale l’autrice del libro Il diavolo veste Prada lavorò, proprio come Andy Sachs (Anne Hathaway), protagonista del D 1 e del D 2.

Il confronto col film del 2006

Non mi ero ritrovata, vedendo il D 1, nel racconto stesso della moda, che io ho sempre amato, ripeto, da adolescente e poi giovane donna e poi non più giovane donna italiana. L’ho sempre amata come espressione di creatività e come generatrice di meraviglia e da quando racconto, insieme alle mie colleghe, la moda sul Sole 24 Ore, ho imparato ad amarla e rispettarla come filiera, ovvero per tutto quello che c’è dietro quello che vediamo nelle sfilate e poi negozi, dall’approvvigionamento delle materie prime alla manifattura, dalla modellistica al retail. In questi 20 anni ho anche letto molto sulla storia della moda e so per certo quanto la moda conti per me, come persona. Considero le mie scelte di abbigliamento, il cui motore è – anche – la capacità della moda di sfornare continuamente novità, un modo per raccontarmi al mondo (a volte anche a me stessa) e, sì, per stare al mondo facendo un po’ meno fatica e anche senza trovare un posto perfettamente su misura per me, ammesso che esista.

Il D2 mi è piaciuto perché in due ore tutte le corde che ho citato sono state toccate, seppur partendo da un modello, un mondo e una cultura – quella americana e in particolare di Manhattan, neppure di New York – che per tanti versi è lontanissima da noi, in ogni senso.

L’America come motore di evoluzione

Come sempre è accaduto almeno dagli anni 60, è però dall’America che partono i cambiamenti, le vere e proprie rivoluzioni (compresa quella digitale, quasi sovrapponibile al periodo coperto dai due film), le esagerazioni, le cadute degli Dei e le rinascite, vere o figurate. Nella moda, basti pensare ai department store (attenzione a non tradurre mai con “grandi magazzini”), quei grandi – in America tutto è grande, no? – multimarca di alta gamma che hanno rivoluzionato la distribuzione wholesale di moda e lusso, sono stati imitati in tutto il mondo, più o meno bene (in Italia benissimo da Rinascente), salvo poi implodere. Saks Global, che aveva fuso tre insegne di department store – Saks, Neiman Marcus e Bergdorf Goodman – in Europa nello scorso sarebbe fallito, schiacciato dai debiti. In Usa ha chiesto il Chapter 11 alla fine del 2025 e forse entro la fine di quest’anno ripartirà: caduta degli Dei e rinascita, appunto. Un altro esempio di come gli Stati Uniti siano davvero la patria della distruzione creativa di cui parlava Schumpeter: in Europa si discute dell’impazzimento dei prezzi dopo il rimbalzo post Covid, in cui sembrava che si potesse vendere qualsiasi cosa a qualsiasi prezzo. Marchi di media-alta gamma che hanno pensato di trasformarsi in marchi di lusso usando solo o quasi la leva del prezzo. Ma non basta costare come Hermès o Chanel per essere Hermès o Chanel. Gli americani lo hanno capito prima di tutti, con un bel “reality check” che qui deve ancora arrivare: risultato? Le performance migliori sono quelle di Ralph Lauren, Coach, Tory Burch e persino della “rinascente” Gap. Ralph Lauren è forse il più famoso marchio americano della moda: non ha alzato i prezzi come hanno fatto in tanti altri, non ha quindi avuto picchi inconsulti di fatturato nel 2022 e 2023, ma dal 2024 è tornato a crescere, seguendo il paradigma, così americano che molti americani l’avevano dimenticato, “value for money”.

Le belle sorprese del «D 2»

Ma torniamo al D 2: una positivissima sorpresa è stata l’assenza assoluta degli influencer. Come dire: se c’è una crisi – e la moda è in crisi, per i prezzi ma anche per un eccesso di offerta, questo però è un altro discorso -, la prima cosa che deve sparire – o sparisce da sé – è l’inconsistenza, il fumo senza arrosto, la panna montata talmente in fretta da sgonfiarsi come un pessimo soufflé.

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