Salmone per tutti, purché norvegese. Dopo aver archiviato una crescita del 13% con 1,4 milioni di tonnellate vendute e un giro d’affari di 11 miliardi di euro nel 2025, di cui oltre 72mila in Italia (+12% per 550 milioni di fatturato), continua la corsa dell’export sui mercati globali, sostenuta dal ricco ente di promozione statale, il Norwegian Seafood Council, che il 12 maggio in occasione di un incontro nell’ambito della rassegna Tuttofood a Fiera Milano presenterà i nuovi dati 2026.
A febbraio l’export globale è salito del 10% in volume e del 5% in valore, superando quota 850 milioni. In Italia, il salmone norvegese ha una quota di mercato superiore al 90% che si punta a incrementare ulteriormente. Nove italiani su dieci infatti lo consumano, ma con una frequenza ancora prevalentemente mensile. «Il mercato italiano mostra una forte attrattività per il salmone, ma esiste ancora una distanza tra l’intenzione di acquisto e il consumo effettivo» e l’obiettivo è «colmare questo divario», spiega il direttore del Nsc in Italia, Tom Jorgen Gangso.
A sostenere questa crescita è il ruolo sempre più centrale dell’acquacoltura (dove l’Italia è invece fanalino di coda in Europa), con gli allevamenti che coprono ormai quasi tre quarti delle esportazioni. Un sistema produttivo strutturato con migliaia impianti e una produzione di 1,5 milioni di tonnellate di pesce in mare (in Italia è di 15mila tonnellate) che consente di garantire continuità dell’offerta anche nelle fasi di maggiore volatilità del mercato.
Con migliaia di chilometri di coste e acque fredde, il Paese ha sviluppato un modello di acquacoltura sostenuto da una normativa dedicata, ricerca scientifica e promozione, contribuendo all’immagine del salmone norvegese come prodotto sostenibile e di qualità.
Dal 2006, l’Aquaculture Act regola ogni fase dell’allevamento ittico con precisi criteri sulle gabbie, profonde fino a 40 metri e larghe fino a 200, occupate al massimo per il 2,5%, con la previsione di un periodo di riposto al termine di ogni ciclo produttivo durante il quale viene monitorato il fondale marino. Il pesce viene utilizzato nella sua quasi totalità (al 99,5%) limitando gli sprechi, con i residui trasformati in anche in biogas o fertilizzanti.











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