Se penso a ciò che ho imparato nella mia esperienza di genitore, la prima cosa che mi viene da dire è questa: i figli non sono nostri. Li accompagniamo nella vita, ma non ci appartengono. Forse è proprio da qui che bisogna partire per riflettere sul senso della paternità oggi.
A dire il vero, preferisco parlare di genitorialità, perché l’educazione dei figli non è una questione di ruoli separati tra padre e madre, ma di responsabilità condivise. In una famiglia ognuno contribuisce con ciò che è: con la propria storia, con i propri errori, con le proprie fragilità e con le proprie esperienze. È dall’incontro di queste differenze che nasce la ricchezza di un legame famigliare.
Nella mia vita ho avuto il privilegio di essere marito e padre di due figlie e un figlio. Come molti genitori ho conosciuto la gioia delle cose semplici: i pranzi in famiglia, le discussioni attorno al tavolo, le risate in cucina. Momenti che, mentre li vivi, sembrano ordinari, ma che con il tempo capisci essere il vero tessuto della vita.
Poi la vita, a volte, cambia tutto. Quando perdi una figlia, come è accaduto a me con Giulia, ti ritrovi a interrogarti su ogni cosa: sul senso dell’essere padre, sul valore delle relazioni, su ciò che davvero conta. Il dolore resta qualcosa di intimo e impossibile da spiegare fino in fondo. Ma proprio dentro quel dolore si fa ancora più chiara una verità: il compito dei genitori non è trattenere i figli, ma aiutarli a diventare liberi.
Essere genitori significa accettare che i figli non saranno mai il nostro proseguimento. Non sono il luogo dove realizzare i sogni che non siamo riusciti a portare a compimento. Sono persone che attraversano il mondo accanto a noi per un tratto di strada, con una vita che appartiene soltanto a loro.










