«Sono pericolosi, alimentano l’estremismo tra i giovani e spesso generano violenza. Bisognerebbe bloccare chi si comporta in questo modo». È ciò che il 40,9% degli italiani pensa degli influencer che si occupano di politica, secondo quanto emerge da un sondaggio di Termometro Politico. L’opinione di un altro 34,5% della popolazione è meno netta, ma il giudizio rimane negativo: pur riconoscendo che il lavoro di alcuni di loro è di «buona qualità», gran parte «fomenta il pubblico per ottenere più successo», aggravando le tensioni che dividono i diversi schieramenti. Da chi lotta per i diritti civili a chi gira l’Italia mettendo in mostra il degrado urbano, la platea degli influencer “politici” è davvero ampia e variegata.
Un plebiscito contro la categoria
Il 75% dei cittadini, ossia 3 su 4, considera dunque la diffusione del fenomeno un rischio per lo stato di salute del dibattito pubblico. Si tratta di un giudizio che attraversa trasversalmente l’elettorato, indipendentemente dalla fede politica. Nonostante ciò, i content creator che trattano di attualità sui social sono seguiti da centinaia di migliaia di persone e hanno un’influenza sempre maggiore sulle scelte di voto dei cittadini.
Ma il sondaggio di Termometro Politico descrive un vero e proprio plebiscito contro la categoria. Solo il 6% giudica questa novità molto positiva e ritiene che agevoli il coinvolgimento dei giovani nella politica, arrivando «a un pubblico a cui i politici tradizionali non possono giungere». Per quasi l’11% del campione intervistato, invece, il giudizio è più positivo che negativo, ma con riserve: il fenomeno rappresenta un allargamento dell’offerta mediatica, ma è necessario «vigilare su eventuali messaggi violenti».
La battaglia per la sicurezza
L’accusa che viene più frequentemente mossa verso alcuni degli influencer “politici” è proprio quella di spingere i giovani verso posizioni sempre più estreme. Numerosi sono soprattutto i content creator che con i loro video denunciano situazioni di degrado urbano e accusano le politiche migratorie di aver reso le strade delle città sempre più insicure. Tra i più noti figura Massimiliano Zossolo, fondatore della pagina Instagram “Welcome to favelas”, su cui vengono pubblicati video che ritraggono risse, furti e incidenti. Ospite al talk Cartabianca, a dicembre 2025 Zossolo affermava che «abbiamo importato gruppi sociali del terzo mondo e oggi abbiamo problemi da terzo mondo» e che questi gruppi «non si assimilano alla nostra cultura».
In questo filone si sono inseriti molti altri influencer, dal romano Simone Carabella a Ferenc Venturelli. Obiettivi polemici dei loro contenuti sono spesso i musulmani. Carabella è diventato noto al grande pubblico recentemente, quando in un parco di Mestre ha interrotto un nutrito gruppo di fedeli intenti a pregare intonando l’inno italiano, gesto che gli è valso un daspo urbano di sei mesi. Venturelli, conosciuto sui social come “Eterno”, ha addirittura strappato e dato fuoco a una copia del Corano in un video accompagnato dalla frase «salviamo l’Italia dall’estremismo islamico».











