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Home » Investimenti, per il post Pnrr dalle utility potenziale da 33 miliardi all’anno
Economia

Investimenti, per il post Pnrr dalle utility potenziale da 33 miliardi all’anno

Sala StampaDi Sala StampaSettembre 4, 20263 min di lettura
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Investimenti, per il post Pnrr dalle utility potenziale da 33 miliardi all’anno

Il 2026 ha visto la conclusione del Pnrr, il più grande piano di investimento pubblico del secondo dopoguerra: 194 miliardi destinati all’Italia senza i quali il Paese sarebbe – lo dicono diversi osservatori – in recessione. Chi raccoglierà ora il testimone per dare continuità agli investimenti e rilanciare la competitività italiana? Se lo è chiesto A2A che con Teha Group ha realizzato lo studio “Investire per competere. Il contributo delle utility a sviluppo e occupazione del Paese”, presentato oggi al Forum di Cernobbio da Roberto Tasca e Renato Mazzoncini, rispettivamente presidente e ad di A2A, e Lorenzo Tavazzi, senior partner e board member di Teha Group.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La risposta è nello stesso titolo: le utility sono pronte a fare la propria parte, allocando risorse in ambiti strategici per il futuro dell’Italia, per non perdere la spinta data dal Pnrr e per rafforzare un sistema che deve affrontare sfide complesse, dalla competitività e dalla sicurezza delle proprie catene di approvvigionamento – che la crisi di Hormuz ha rimesso sotto la lente – a un cambiamento climatico sempre più percepibile. L’analisi di A2A e Teha stima che le aziende del comparto energy & utility possano attivare in Italia investimenti privati complessivi per 315 miliardi di euro entro il 2035 e 825 miliardi entro il 2050, pari a circa 33 miliardi di euro all’anno. Nei seguenti ambiti: generazione da fonti rinnovabili e nucleare, soluzioni per la flessibilità del sistema elettrico, infrastrutture elettriche e del gas (ancora necessario), data center, teleriscaldamento, ciclo idrico integrato, trattamento, riciclo e recupero dei rifiuti e biometano. Con la concentrazione maggiore di fondi sulla generazione, che va aumentata, su rinnovabili, reti ed efficienza della gestione idrica (si veda anche il grafico a fianco).

Sono i settori critici dell’infrastruttura energetica italiana, nonché le classiche aree di azione delle utility, per loro natura al centro della grande sfida di questi anni, la transizione, con la capacità di tradurre gli obiettivi europei in sviluppo dei territori dal punto di vista economico, ambientale e sociale.

Lo studio calcola anche i benefici delle risorse messe sul piatto. Ogni euro investito nel comparto può generare infatti un impatto pari a 4,1 volte il valore iniziale, configurandosi quindi come un motore di sviluppo che potrebbe contribuire ad aumentare del 10% la crescita annua del Pil fino al 2050, senza impatti sul debito pubblico, oltre che abilitare fino a 300mila nuovi posti di lavoro diretti.

Gli investimenti porterebbero inoltre a una maggiore penetrazione delle rinnovabili, ad oggi la fonte più economica di generazione elettrica, con conseguenti risparmi. Lo studio li quantifica per le imprese in circa 80 miliardi cumulati al 2050: oltre al sollievo su margini e competitività, se venissero reinvestiti potrebbero significare altri 260 miliardi di valore aggiunto generato per il sistema economico nazionale. In prospettiva poi, si potrebbe arrivare a una completa elettrificazione dei consumi. Uno scenario in cui lo studio quantifica costi energetici (che comprendono i carburanti) inferiori per le famiglie fino a 1.000 euro l’anno (700 in uno scenario di elettrificazione solo parziale). Non solo. Questo sviluppo potrebbe portare l’autonomia energetica nazionale (sempre considerando anche i carburanti) a salire dall’attuale 26% all’81% entro il 2050 con minore esposizione alla volatilità dei mercati.

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