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Home » Ipertensione «resistente»: come trattarla con successo e cosa si profila all’orizzonte
Salute

Ipertensione «resistente»: come trattarla con successo e cosa si profila all’orizzonte

Sala StampaDi Sala StampaAprile 9, 20263 min di lettura
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Ipertensione «resistente»: come  trattarla con successo e cosa si profila all’orizzonte

Ma una volta sgombrato il campo dalle forme secondarie o dalla pseudo-ipertensione resistente, come deve comportarsi dunque un vero iperteso “resistente”? Le misure di stile di vita da adottare sono sempre le stesse: poco, anzi pochissimo sale nella dieta (< 1500 mg di sodio al giorno), ridurre o meglio abolire l’alcol, fare attività fisica regolare (minimo 150 minuti a settimana di attività aerobica), perdere i chili di troppo, evitare droghe (cocaina, anfetamine) e, se possibile, i farmaci noti per aumentare la pressione (Fans, cortisone, alcuni farmaci psichiatrici come i Snri). Attenzione anche alle subdole apnee da sonno (se il partner russa tanto e poi smette di respirare per qualche secondo durante il sonno, portatelo dal medico) che vanno individuate e trattate.

Il cocktail terapeutico

Fatto tutto ciò, si passa all’ottimizzazione della terapia farmacologica vera e propria. Dovendo utilizzare diverse molecole, un modo per semplificare la vita al paziente (e aumentarne l’accettazione della terapia) è quello di utilizzare le pillole “a coltellino svizzero”, cioè le 2-3 in uno, ovvero quelle con diversi principi attivi contenuti in una stessa compressa (è notizia di questi giorni che potrebbero arrivare a breve anche le 4-in-1, contenenti perindopril, indapamide, amlodipina, bisoprololo in una stessa pillola). Fondamentale è che uno degli ingredienti del ‘cocktail’ terapeutico dell’iperteso resistente sia un diuretico tiazidico (come il clortalidone) o tiazide-simile (come indapamide). Per i pazienti con una buona funzionalità renale, un game changer della terapia sono i diuretici anti-aldosteronici (come lo spironolattone o eplerenone).

La denervazione renale

Infine per i casi che proprio non rispondono anche ad una terapia farmacologica ottimale, si può ricorrere all’intervento di ‘denervazione renale’ che consiste nel distruggere, attraverso un apposito catetere (è un intervento mini-invasivo), i nervi simpatici all’interno delle arterie renali. La procedura prevede l’inserimento di un sottile catetere vascolare attraverso l’arteria femorale, che viene poi guidato fino alle arterie renali. Una volta in sede, questo speciale catetere eroga energia a radiofrequenza o a ultrasuoni per interrompere i nervi simpatici presenti nello strato più esterno delle arterie renali. Questa procedura riduce l’attività dei nervi simpatici sia in ingresso, che in uscita dai reni, contribuendo ad abbassare la pressione arteriosa tramite la riduzione della secrezione di renina, l’aumento dell’eliminazione di sodio con le urine e la diminuzione dell’attività simpatica centrale.

Il futuro

Ma la ricerca di soluzioni farmacologiche al problema ipertensione continua. Nel prossimo futuro già si profilano gli inibitori selettivi della sintesi di aldosterone (baxdrostat o lorundrostat). C’è poi tutto il sofisticato capitolo dei siRNA (small interfering RNA), come il zilebesiran, un farmaco che blocca la produzione di un RNA messaggero, il ‘template’ che serve al fegato per fabbricare l’angiotensinogeno, riducendone quasi completamente la produzione (l’angiotensinogeno è il precursore dell’angiotensina I, che poi viene trasformata in angiotensina II, uno dei più potenti vasocostrittori esistenti in natura, in grado di aumentare molto la pressione).

Insomma il futuro sarà foriero di tante novità e di farmaci sempre più intelligenti e potenti. Ma intanto, per gli ipertesi è importante (ri)cominciare dai fondamentali: prendere la terapia antipertensiva prescritta dal medico e non accontentarsi mai di un risultato intermedio. L’obiettivo da centrare è scendere stabilmente sotto i 130/80 mmHg.

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