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Home » La pressione fiscale e il paradosso dell’Irap pagata dalle aziende sanitarie
Salute

La pressione fiscale e il paradosso dell’Irap pagata dalle aziende sanitarie

Sala StampaDi Sala StampaLuglio 1, 20264 min di lettura
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La pressione fiscale e il paradosso dell’Irap pagata dalle aziende sanitarie

Si è parlato molto, ultimamente, sia in Parlamento che nei talk show, di “pressione fiscale”; le opposizioni contestano al Governo che il suo livello è in costante crescita, ormai oltre il 43%, il più alto nell’ultimo decennio: il 51,4% nell’ultimo trimestre del ‘25. Questo dato viene erroneamente percepito dai cittadini come l’incidenza media delle imposte sul loro reddito e la ritengono eccessiva; molti politici e giornalisti hanno la stessa percezione. Non si tiene conto però del paradosso rappresentato dalle imposte pagate dagli enti pubblici, ed in particolare da quelle gravanti sulle Aziende del Ssn.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

In realtà si tratta di un indicatore macroeconomico calcolato dall’Istat, costituito dal rapporto fra la somma di tutte le entrate dello Stato e degli enti locali (cioè imposte dirette ed indirette, tasse, contributi sociali) ed il Prodotto interno lordo (Pil), cioè il valore totale dei beni e dei servizi prodotti nel Paese in un arco di tempo; le imposte pagate dai cittadini sono solo una delle componenti dell’indicatore, per cui anche tutte le altre ( ed in particolare il Pil) possono incidere in modo significativo, per cui il confronto fra gli indicatori di ciascun anno non è sufficiente a fornire un giudizio sul livello di tassazione; se la produzione cala l’indicatore sale anche senza un inasprimento del carico sui cittadini. Occorre poi accertare se esiste un’equità distributiva: se l’84% dell’Irpef è pagato da lavoratori dipendenti e pensionati, è evidente che i vari regimi agevolati sono in palese contrasto con i principi costituzionali di progressività e capacità contributiva.

Il paradosso dell’Irap negli enti pubblici

Ricordiamo che l’Irap fu istituita nel 1997 per sostituire il gettito di una serie di piccole imposte e tasse e dei contributi sanitari a carico dei cittadini. I soggetti chiamati a sostenere il peso di questa imposta, pagata allo Stato, ma destinata alla Regioni per il finanziamento del Ssn furono sia soggetti privati (imprese e lavoratori autonomi con autonoma organizzazione, enti privati non commerciali), ed anche enti pubblici non commerciali, come Ministeri, Regioni, Comuni e le appena nate Aziende del Ssn. Oggetto della tassazione per il settore privato era il cosiddetto “valore della produzione” cioè la differenza fra ricavi realizzati e costi sostenuti (al netto di quelli dei dipendenti e dei collaboratori esterni).

Per il settore pubblico invece l’imponibile era costituito dalle retribuzioni dei dipendenti e dai compensi per lavoro autonomo; le aliquote iniziali erano il 4,5% per il settore privato, l’8,5% per quello pubblico. Mentre nel settore privato l’imposta è stata progressivamente alleggerita – aliquota ridotta, esclusione degli autonomi con autonoma organizzazione, deduzione costo dipendenti – nel settore pubblico non è cambiato nulla. Il paradosso è evidente in particolare per le Aziende ospedaliere e per le Asl, che pagano un’imposta destinata a finanziare il Ssn del quale fanno parte; è una partita di giro che gonfia sia le entrate che la spesa pubblica, senza alcun beneficio per il sistema. Nel calcolo della pressione fiscale, secondo la metodologia Istat/Eurostat, (SEC 2010). tutte le imposte versate alle Amministrazioni Pubbliche vengano conteggiate come “Entrate Tributarie”, indipendentemente da chi sia il soggetto che le paga. Escludendo i versamenti degli enti pubblici, la pressione fiscale italiana risulterebbe di qualche decimale più bassa.

La posizione della Corte costituzionale e le prospettive della riforma

La Corte si è pronunciata sull’IRAP in diverse occasioni (la sentenza “pilastro” è la n. 156 del 2001); nelle 45 pagine della sentenza non c’è però alcun cenno alle Aziende del Ssn. Argomenta la Corte che capacità contributiva non coincide con il “reddito”: l’Art. 53 della Costituzione non obbliga a tassare solo il guadagno netto (profitto); l’IRAP colpisce il valore aggiunto prodotto da una “nuova ricchezza” organizzata, a prescindere dal fatto che questa diventi profitto per un privato o un servizio per la collettività. Nonostante il “via libera” della Consulta, il paradosso rimane tale per tre ragioni:

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