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Legge elettorale: perché tutti parlano delle preferenze ma nessuno le vuole

Sala StampaDi Sala StampaGiugno 26, 20263 min di lettura
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Legge elettorale: perché tutti parlano delle preferenze ma nessuno le vuole

Premio di maggioranza con tetto di 220 seggi alla Camera e 113 in Senato per la coalizione che maggiormente supera il 42% dei voti; obbligo di indicare il candidato premier della coalizione al momento della presentazione delle liste e del programma; soglia di sbarramento al 3% con il recupero del primo sotto soglia se coalizzato; doppio listino bloccato sulla scheda elettorale.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

«Chi vince governa, mai più inciuci e governi tecnici»: questo il mantra di Giorgia Meloni, che punta a portate a casa il “piccolo premierato” entro l’estate. Come da previsioni, il Melonellum o Stabilicum che dir si voglia approda in Aula a Montecitorio per la discussione generale dopo che la commissione Affari costituzionali presieduta dall’azzurro Nazario Pagano ha deciso di chiudere la votazione degli emendamenti con la nomina dei relatori (sono stati votati 215 emendamenti su 434, poco meno della metà).

Testo blindato: il via della Camera entro metà luglio

Una volta portate a casa le quattro modifiche concordate nella maggioranza, tra le quali quella importante sugli eletti in Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta che rientrano nella determinazione del premio, il testo si può insomma considerare blindato. La previsione è quella di un via libera nella settimana che comincia il 6 luglio.

Fdi: non andremo allo scontro con gli alleati in Aula

Non ci saranno insomma ulteriori modifiche, dal momento che Fratelli d’Italia ha rinunciato al proposito di presentare un emendamento in Aula sulle preferenze invise a Forza Italia e Lega: troppo alto il rischio di un affossamento della riforma sotto lo scudo del voto segreto. «Stiamo cercando una soluzione condivisa, ma se non ci sarà non andremo contro i nostri alleati», spiegano i “fratelli”. Resta non a caso sullo sfondo l’ipotesi di porre la questione di fiducia («noi non vorremmo metterla, dipenderà dall’atteggiamento delle opposizioni», si fa sapere): un modo per tagliare la testa al toro, ossia far decadere tutti gli emendamenti e con essi i voti segreti e le polemiche sulle preferenze.

Tutti i leader vogliono poter controllare le liste dei candidati

Non è certo sfuggita in casa meloniana la provocazione di Roberto Vannacci: «Se veramente la premier e Fratelli d’Italia vogliono le preferenze proibiscano agli altri partiti della coalizione di chiedere il voto segreto quando l’emendamento verrà discusso in Aula», ha detto ieri il leader di Futuro nazionale. A parte il fatto che Vannacci fa finta di non sapere che il voto segreto può essere chiesto anche dalle opposizioni (bastano 20 deputati), il punto è che tutti parlano di preferenze ma nessuno le vuole, visto che i leader di partito vogliono avere il controllo delle candidature. Non è un caso che né il Pd né il M5s né Avs abbiano presentato un emendamento ad hoc. E ci sono motivazioni anche nobili: le preferenze farebbero aumentare a dismisura i costi delle campagne elettorali e riaprirebbero il varco a possibili infiltrazioni delle criminalità organizzata in alcune zone del Paese.

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