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Notizia

Leggi su femminicidio e consenso completano il quadro giuridico italiano

Sala StampaDi Sala StampaNovembre 25, 20255 min di lettura
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Leggi su femminicidio e consenso completano il quadro giuridico italiano

Doppio segnale del Parlamento unito, al di là delle appartenenze politiche, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: la Camera approverà il 25 novembre all’unanimità la legge che introduce il reato autonomo di femminicidio e la formazione obbligatoria dei magistrati; il Senato, sempre all’unanimità dovrebbe varare (la conferenza dei capigruppo è convocata alle 12.30) il provvedimento che modifica l’articolo 609-bis del Codice penale prevedendo l’assenza di consenso «libero e attuale» a fondamento del delitto di stupro. Una pagina bipartisan per le donne, che completa un quadro normativo andato rafforzandosi dagli anni Novanta. Con un faro – il recepimento della Convenzione di Istanbul con la legge 77/2013, che riconosce la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani – e un progressivo affinamento degli strumenti per combatterla, che ha visto nel Codice rosso (legge 69/2019) un approdo cruciale.

Il delitto di femminicidio

Adesso si compie un ulteriore salto di qualità, anche culturale. Nel Codice penale, con il nuovo articolo 577 bis proposto dai ministri Eugenia Roccella e Carlo Nordio, si nomina e si tipizza il femminicidio, punito con l’ergastolo, come l’uccisione di una donna «quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali». Una rivoluzione, accompagnata da altre novità: la mitigazione del possibile bilanciamento tra aggravanti e attenuanti, il potenziamento del ricorso alla misura cautelare degli arresti domiciliari a protezione delle vittime dei reati spia, l’obbligatorietà della formazione per i magistrati, con il coinvolgimento della Scuola superiore della magistratura.

Il consenso libero e attuale

Altrettanto dirompente il testo sul consenso, frutto del patto tra le leader dei principali partiti, la premier Giorgia Meloni e la segretaria dem Elly Schlein: alle condizioni su cui si basa il reato di violenza sessuale – violenza, minaccia o abuso di autorità – si aggiunge l’assenza di consenso libero e attuale della vittima. Solo sì è sì. «Il testo – spiega Paola Di Nicola, giudice della Cassazione ed esperta di violenza contro le donne – allinea l’Italia a principi di logica e giuridici imposti a livello sovranazionale, perché stabilisce a livello legislativo quello che la Cassazione interpreta da dieci anni, ossia che il consenso all’atto sessuale è un atto di autonomia e libertà revocabile in ogni momento. Questo è l’unico delitto per cui il consenso viene presunto dall’autore per ragioni culturali. Non avviene per la violazione di domicilio. La legge restituisce valore al reciproco ascolto di persone e corpi. Davanti al dubbio sul consenso ci si deve fermare, altrimenti è reato. Con la legge la parola delle vittime di stupro assume valore e il silenzio non è più consenso».

Il digitale è reale

Mentre il legislatore interviene, però, le frontiere della violenza già si spostano oltre. E corrono sul web. Dalle molestie online e al cyberstalking, dal doxing (la pratica di cercare e diffondere informazioni private) al deepfake (quando un’immagine o un video vengono manipolati dall’intelligenza artificiale): sono tante le sfumature delle nuove forme di abusi digitali. Le donne, soprattutto quelle esposte a livello politico – si pensi alla sindaca di Genova, Silvia Salis, che ha letto gli insulti sul web a lei diretti – sono inondate di commenti umilianti e sessisti. Non solo. Donne che sono state «spogliate» dall’Ai nel sito Social Media Girls, tra cui Chiara Ferragni, Michelle Hunzicker, Angelina Mango, Nunzia Di Girolamo. Nel gruppo Facebook «Mia Moglie» presunti mariti e compagni diffondevano senza consenso foto intime delle partner. Nella piattaforma «Phica.Eu» giravano immagini di donne, anche famose, condite da commenti violenti e sessisti. Sono tutti esempi, in preoccupante crescita, della “violenza digitale” sulle donne, figlia della stessa cultura da cui nascono la violenza fisica, psicologica, verbale ed economica. Il mondo digitale, è il recente commento di Un Women, «per milioni di donne e ragazze è diventato un mondo di abusi. La violenza digitale si sta diffondendo a una velocità allarmante, alimentata dall’intelligenza artificiale, dall’anonimato e dall’assenza di leggi efficaci e responsabilità».

I dati sul fenomeno

Alcuni dati dimostrano la crescita del fenomeno. Secondo un rapporto Istat pubblicato nel 2024, poco più della metà delle molestie subite dalle donne fuori dal lavoro avviene con la tecnologia (email, chat o social media). Un report della Polizia postale rivela che in Italia, nei primi dieci mesi del 2023, le denunce sono state 371, con «un preoccupante incremento pari al 24%». L’hate speech, il discorso d’odio, è rivolto soprattutto contro le donne, come dimostra il rapporto di Vox Diritti che ha analizzato il periodo gennaio-novembre 2024. Stando alla nuova indagine Toluna promossa da Samsung, il 47% delle donne italiane tra 16 e 55 anni ha subito almeno un episodio, dato che sale al 59% nella fascia 16-24 anni. Le forme più diffuse sono: invio di contenuti sessuali non richiesti (19%); manipolazione emotiva online (15%), body shaming e hate speech (15%).

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