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Home » «Liberi di scegliere è un precedente a livello mondiale». Così bambini e donne fuoriescono dai contesti mafiosi
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«Liberi di scegliere è un precedente a livello mondiale». Così bambini e donne fuoriescono dai contesti mafiosi

Sala StampaDi Sala StampaSettembre 17, 20263 min di lettura
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«Liberi di scegliere è un precedente a livello mondiale». Così bambini e donne fuoriescono dai contesti mafiosi

Nelle aule dei tribunali, stesse famiglie, stessi cognomi

«Facciamoli i nomi dei Brusca, dei Messina Denaro, dei De Stefano. Solo per citarne alcuni. Sono le stesse famiglie da oltre un secolo, sempre gli stessi cognomi: ho processato prima i padri, poi i figli – racconta Di Bella, che a Liberi di scegliere ha dedicato un libro scritto a quattro mani con Monica Zapelli per Rizzoli -. Era necessario interrompere gli effetti della “continuità generazionale”, l’indottrinamento mafioso che si produce all’interno di molti nuclei familiari».

10 mln l’anno per sostenere chi sceglie di affrancarsi

A sostegno della nuova legge sono disponibili ora finanziamenti cospicui, 10mln l’anno: le donne possono trasferirsi e avere un alloggio, un assegno di mantenimento e, soprattutto, cambiare cognome con documenti di copertura per la ricerca di un lavoro. Il terzo settore, e l’associazione Libera in particolare, da sempre coinvolta nel programma, sarà al loro fianco. «In molti casi è importante tutelare le madri che rischiano di essere intercettate, mentre un nuovo cognome potrà proteggere la loro identità. Sono misure queste – spiega ancora Roberto Di Bella – che si applicano a chi non può entrare nei programmi di protezione, destinati invece a quanti rendano dichiarazioni rilevanti all’autorità giudiziaria. Nessuna equiparazione. Nel caso di Liberi di scegliere è sufficiente manifestare la volontà di affrancarsi dai contesti criminali, senza alcuna utilità processuale per lo Stato».

Nessuna equiparazione con il programma di protezione

Come fu, invece, per Lea Garofalo con sua figlia Denise, morta di recente suicida, sopraffatta da un dolore insopportabile: Lea, originaria di Petilia Policastro, vittima di ‘ndrangheta e testimone di giustizia, nel 2006 fu esclusa insieme alla figlia dal programma governativo in cui era entrata per qualche anno dopo aver reso importanti dichiarazioni sulla propria famiglia e su quella del compagno. Grazie alla vicinanza dell’ufficio legale di Libera e dell’avvocata Enza Rando, la donna era poi rientrata per un breve periodo nella protezione, per abbandonare infine dopo circa un anno il suo difficile esilio. Dalla confessione di Carlo Cosco sappiamo come sia andata a finire il 24 novembre 2009. Quello della protezione dei testimoni di giustizia è un programma che, come denuncia l’associazione nazionale che li riunisce, presenta molte falle. Chiedono sostanzialmente di non essere dimenticati, più supporto e sicurezza. Sono in attesa di un incontro con il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni.

«Abbiamo capito che contro la mafia non bastava il 41 bis»

«A un certo punto abbiamo capito che per combattere la mafia non bastava il 41 bis. Bisognava risalire alla genesi del fenomeno, trasformando il problema in questione sociale e culturale. Servono scelte educative radicali e nuovi orizzonti sociali, affettivi e psicologici – conclude il presidente del Tribunale per i minorenni di Catania, al quale la Rai ha dedicato un film, con Alessandro Preziosi nei suoi panni -. Serve un’alternativa vera a chi va incontro a carcerazioni, lutti, latitanze certe. Tante volte i padri più amorevoli, dalle celle delle carceri, ringraziano».

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