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Maggioranza verso il vertice sulla legge elettorale, dubbi Pd

Sala StampaDi Sala StampaMaggio 11, 20264 min di lettura
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Maggioranza verso il vertice sulla legge elettorale, dubbi Pd

I leader del centrodestra si preparano al secondo round sulla legge elettorale. E che sia a brevissimo, forse anche nelle prossime ore, o nel giro di qualche giorno, l’obiettivo è chiaro. Correggere tecnicamente alcuni aspetti della riforma – a partire dal premio di maggioranza – superare rischi o spauracchi (in primis quello di inciuci che portino ai temutissimi governi tecnici) e aprire più concretamente al dialogo con le opposizioni. A quel punto – nei desiderata del centrodestra – si potrebbe dare una sferzata alla proposta di legge (che è al centro di decine di audizioni in commissione Affari costituzionali della Camera, per tutto il mese) perché proceda spedita e in tempo per le Politiche del 2027.

La linea dei dem

Difficile però farlo in solitudine: con il centrosinistra tocca fare i conti e quindi trattare – è la linea indicata ai piani alti del governo – anche se per ora il ’no’ alla proposta resta ferreo. Anzi “irricevibile” nelle parole di Elly Schlein. Che il nuovo vertice sia a breve – come emerso nei giorni scorsi – o in settimana dipende essenzialmente dall’incrocio di impegni e agende fra leader e ministri. In ogni caso appena possibile, ci sarà un confronto più chirurgico sulla riforma elettorale. Necessario, dopo il primo vertice del 6 maggio. Concluso dopo un’ora e mezza con la rassicurazione di Matteo Salvini: “Procederemo dritti”, disse allora il leader leghista. Ma non tutto è stato risolto e sul tavolo restano nodi e differenze. Sia interne alla coalizione, sia con il fronte opposto da cui, però, a questo punto non si può prescindere. Va letto probabilmente in questo senso l’impegno del segretario azzurro Antonio Tajani ad “andare avanti parlando anche con le opposizioni” o la previsione del presidente del Senato, Ignazio La Russa: “Se c’è la volontà politica si approverà”.

Premio di maggioranza

E la priorità ora è il premio di maggioranza: nel testo del centrodestra, spetta a chi supera il 40% dei voti che così guadagna 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Un premio troppo alto, denunciano le opposizioni in coro. È “abnorme e distorce la rappresentatività”, per Giuseppe Conte del M5s che taglia corto: “E’ una riforma da bocciare”. Duro anche Dario Parrini del Pd e vicepresidente della commissione Affari costituzionali del Senato, che vede nella norma un cavallo di troia per introdurre “surrettiziamente” la riforma del premierato, da tempo al palo. L’altra Dem Simona Bonafè attacca la maggioranza proprio per il nuovo vertice e la scelta, quindi, di discuterne lontano “dal luogo in cui dovrebbe essere discusso, cioè il Parlamento”. Deduzione: “Vogliono andare avanti da soli, a colpi di strappi”. In realtà, anche per mettere a tacere le critiche, il centrodestra proverà a trattare con i rivali. Se riuscirà a limare il ’bonus’ elettorale – è il ragionamento che si fa – potrebbe cadere una delle più feroci argomentazioni usate dalla sinistra contro la legge elettorale. Cioè che sia l’ennesima mossa per conquistare “i pieni poteri”, come la destra avrebbe tentato di fare con il referendum sulla giustizia. Di conseguenza, ritoccando il premio al 40%, la maggioranza potrebbe sbloccare lo stallo e a cascata, aprire altri spiragli d’intesa con i rivali. Una modifica utile anche per parare i rischi di incostituzionalità paventati dalle opposizioni. Oltre al fatto che, in prospettiva, potrebbe non bastare a garantire la governabilità: nel caso in cui una coalizione non raggiungesse il 40%, pur ottenendo i seggi in più, potrebbe non riuscire a formare un governo da sola. In aggiunta ci sono i distinguo nella coalizione di governo.

Preferenze

Una fonte leghista ammette che sulla legge elettorale, a parte le “migliorie tecniche” necessarie, il nodo politico è sulle preferenze. La Lega, da sempre sostenitrice dei collegi uninominali, teme l’emendamento ipotizzato da FdI per ripristinarle, perché non è d’accordo. E storce il naso pure sulla proposta lanciata dal forzista Nazario Pagano di togliere il listino di coalizione attribuendo il premio in modo proporzionale. Così facendo – è il timore – si danneggiano i partiti più piccoli o in calo di consensi.

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