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Home » Marzotto, la storia e il futuro del tessile italiano passano da custodia e innovazione
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Marzotto, la storia e il futuro del tessile italiano passano da custodia e innovazione

Sala StampaDi Sala StampaMarzo 16, 20264 min di lettura
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Marzotto, la storia e il futuro del tessile italiano passano da custodia  e innovazione

VALDAGNO (Vicenza) – «Quello del tessuto e quello della terra sono mestieri molto simili: devi capire il momento, saper fare previsioni, avere fiducia»: è una delle tante lezioni che Davide Favrin ha imparato negli anni alla guida di Marzotto, il più grande gruppo tessile italiano e uno dei più antichi del Paese. Fondato da Luigi Marzotto come lanificio artigianale lungo le sponde del fiume Agno nel 1836, quando la zona apparteneva ancora al Lombardo-Veneto, nei 190 anni in cui si sono susseguite generazioni di imprenditori coraggiosi e visionari, che hanno contribuito a scrivere la storia economica italiana, è diventato un gruppo da circa 300 milioni di euro, 3.500 collaboratori, stabilimenti in quattro Paesi e dieci marchi, da Guabello a Lanerossi, Fratelli Tallia di Delfino e Tessuti di Sondrio.

Davide Favrin, ceo di Marzotto dal 2018, ne è anche proprietario dal 2024

Favrin è amministratore delegato del gruppo dal 2018 e due anni fa, rilevandone la maggioranza, è diventato il primo proprietario privo del cognome Marzotto. Una sfida, una responsabilità, fra passato e futuro che si inseguono negli spazi dello storico stabilimento, fra le palazzine d’inizio secolo con moquette, busti e arredi vintage, e in quelli, del tutto contemporanei del nuovo Archivio Tessile Marzotto, che custodisce oltre mille volumi recuperati, restaurati, catalogati: «Era uno spazio in disuso – sottolinea Favrin –, ora per noi è un nuovo modo di raccontarci, soprattutto alle nuove generazioni che non conoscono l’industria tessile. Abbiamo infatti molti progetti dedicati alle scuole, anche se l’archivio è pensato come un patrimonio aperto a tutti».

Per le aziende tessili raccontarsi è cruciale, ma difficile. Si potrebbe tornare alle cartelle stampa degli anni Settanta, dove gli stilisti, come Walter Albini, indicavano anche chi produceva i tessuti per le loro collezioni?«Sarebbe utile, ma oggi funzionano soprattutto i temi legati alla sostenibilità. Per noi è naturale e necessaria e la perseguiamo in tutte le fasi della nostra lunga filiera, dalla balla di lana al tessuto finito. I consumatori e le aziende sono sempre più interessati a questi aspetti, i primi per capire in cosa stanno spendendo i loro soldi, i secondi per dare valore ai loro prodotti. Credo che questo canale sarà sempre più importante per farci conoscere e apprezzare».

Il nuovo Archivio Tessile Marzotto custodisce oltre 1000 volumi

Il momento è complesso, non solo per la tessitura. Come sta andando il gruppo Marzotto? 
«Pur con diverse cause, le crisi si susseguono una dopo l’altra, dando vita a una crisi continua, strutturale, che dobbiamo saper gestire. Noi però stiamo andando bene, nell’ultimo anno abbiamo registrato un ebitda di 23 milioni. Dopo il Covid abbiamo deciso di puntare ancora di più sull’alta qualità, una scelta che sta pagando, come quella di dismettere attività purtroppo non più redditizie o che non fanno parte del nostro core business».

Da Chanel a Hermès, negli ultimi anni molti gruppi e marchi sono entrati nel capitale di aziende tessili italiane, per preservarne la produzione, a volte a rischio. Per voi è un impegno che portate avanti da decenni.
«
Sì, è una nostra caratteristica e anche un punto di forza: la maggior parte delle aziende ha un solo marchio, noi ne abbiamo diversi, e ne manteniamo le peculiarità, anche se questo implica costi superiori: non abbiamo un solo disegnatore, un solo responsabile commerciale per tutti i marchi del gruppo. Questo approccio ci permette peraltro di poter essere in equilibrio in momenti di difficoltà: per esempio, durante il Covid, Ratti (il setificio di cui Marzotto controlla la maggioranza, ndr) andava molto bene e Marzotto perdeva il 20%. Ora Ratti è in difficoltà, a causa della crisi del lusso, ma noi la sosteniamo. È un’azienda punto di riferimento per la seta, ha un grande valore intrinseco».

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