C’è un punto, nelle parole pronunciate da Giorgia Meloni all’assemblea di Confindustria, che restituisce meglio di molti documenti ufficiali il cambio d’epoca attraversato dall’Europa. “Ogni anno ci sono 300 miliardi di investimenti extra Ue, un danno che non possiamo più permetterci”, ha detto la presidente del Consiglio, rilanciando la necessità di costruire un vero mercato unico dei capitali e del risparmio.
È una frase che, letta qualche anno fa, sarebbe sembrata quasi una frase da tecnocrati; oggi invece contiene un sottotesto politico molto più ampio: l’Europa teme di non avere più il controllo delle proprie risorse industriali, finanziarie e tecnologiche.
È dentro questa cornice che il 28 maggio i ministri europei discuteranno l’Industrial Accelerator Act, iniziativa che ruota attorno a un concetto destinato a pesare sempre di più nel lessico comunitario: la “preferenza europea”.
Si tratta dell’idea che, nei grandi investimenti strategici, nelle tecnologie energetiche, nelle filiere critiche e persino negli appalti pubblici, l’Europa debba iniziare a favorire produzioni interne e operatori continentali, introducendo criteri legati non solo ai costi ma anche alla sicurezza economica e alle basse emissioni di carbonio.
Per anni Bruxelles aveva trattato la politica industriale quasi con diffidenza, come se il mercato fosse sempre in grado di allocare da solo risorse e competitività. Oggi il linguaggio è cambiato. Nei documenti europei ricorrono termini come “resilienza”, “autonomia strategica”, “sicurezza delle catene del valore”, mentre la concorrenza globale viene sempre meno percepita come un campo neutrale.
Gli United States sovvenzionano massicciamente la propria industria attraverso l’Inflation Reduction Act; la China protegge da anni settori strategici e filiere tecnologiche; l’Europa, stretta tra crisi energetica, guerra e dipendenze industriali, sta lentamente abbandonando l’idea che apertura commerciale e sicurezza coincidano automaticamente.
Non è un caso che anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, abbia insistito sulla dimensione geopolitica della competizione economica, ricordando che nessun Paese europeo possiede da solo le risorse necessarie per affrontare le sfide tecnologiche, energetiche e militari dei prossimi anni.
Dietro il riferimento ai 250 mila occupati persi nella manifattura europea dall’inizio del mandato della Commissione c’è soprattutto una critica implicita: Bruxelles avrebbe continuato troppo a lungo a considerare la transizione verde come un processo regolatorio, senza interrogarsi abbastanza sulla tenuta industriale del continente.
Ed è probabilmente qui che si sta consumando il vero mutamento politico europeo. La transizione ecologica non scompare, ma cambia funzione. Non è più il motore ideologico della trasformazione industriale; diventa uno strumento subordinato a un obiettivo più grande, che è la sicurezza economica.
Anche i criteri “low-carbon” discussi nell’Industrial Accelerator Act sembrano rispondere ormai a questa logica: produrre energia pulita o tecnologie verdi conta soprattutto se consente di ridurre dipendenze strategiche esterne, rafforzare capacità produttive interne e consolidare filiere europee considerate essenziali.
Il problema è che questo nuovo orientamento rischia di entrare in collisione con il principio fondativo dell’Unione: il mercato unico. Perché la “preferenza europea”, se applicata in modo aggressivo, implica inevitabilmente selezione, protezione e coordinamento politico. E appena la politica industriale torna centrale, riemergono anche gli squilibri tra gli Stati membri.
I Paesi con maggiore spazio fiscale possono sostenere le proprie imprese molto più facilmente rispetto a economie più indebitate; le grandi industrie nazionali spingono per regole favorevoli ai propri campioni industriali; i governi chiedono flessibilità sugli aiuti di Stato mentre proclamano la necessità di un mercato integrato.
È una tensione che attraversa l’intero dibattito europeo. Da un lato tutti concordano sul fatto che l’Unione non possa restare esposta alle politiche protezionistiche altrui senza dotarsi di strumenti equivalenti; dall’altro, ogni passo verso una protezione comune rischia di produrre nuove frammentazioni interne. L’Europa vuole restare un grande spazio aperto, ma contemporaneamente deve imparare a ragionare come una potenza industriale. E non è detto che le due cose coincidano sempre.
Per questo il confronto del 28 maggio avrà un significato che va oltre il perimetro tecnico dell’Industrial Accelerator Act. La discussione riguarda in realtà la natura stessa del progetto europeo nei prossimi anni: se l’Unione debba limitarsi a essere un arbitro del mercato oppure trasformarsi in un soggetto capace di orientare capitali, tecnologie e produzione secondo priorità strategiche condivise.











