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Morto Umberto Bossi, fondatore della Lega

Sala StampaDi Sala StampaMarzo 19, 20265 min di lettura
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Morto Umberto Bossi, fondatore della Lega

Umberto Bossi, storico fondatore della Lega nel 1984, è morto. Aveva 84 anni. Il decesso all’ospedale di Circolo di Varese dove era stato ricoverato mercoledì 18 marzo in terapia intensiva e in condizioni critiche. Il “difensore” della Padania, l’inventore del raduno di Pontida, del rito dell’ampolla sul Po, dello slogan “Roma ladrona” che servivano a cementare il popolo del Nord per rendere più forte la richiesta di federalismo, la sua missione politica, è stato il protagonista di una lunga stagione della politica di cui ha continuato a calcare le scene nonostante l’ictus che lo aveva colpito nel 2004. La sua storia è intrecciata a quella di Berlusconi, prima rivale e alleato, poi grande amico. Con il Cavaliere a Palazzo Chigi, il Senatùr diventa due volte ministro, per le Riforme istituzionali e la devoluzione nel 2001-2004, poi per le Riforme per il federalismo nel 2008-2011.

Chiamato ancora affettuosamente “capo” dai fedeli della Lega, negli ultimi anni Bossi era entrato in conflitto con il suo successore Matteo Salvini tanto da arrivare a votare Forza Italia alle elezioni europee del 2024. Dopo dopo 35 anni consecutivi, nell’ottobre del 2022 la sua elezione sembrava saltata ma con i riconteggi aveva ottenuto un posto alla Camera dove ormai presentava di rado per le sue condizioni di salute dopo il grave malore del 2004.

Le reazioni

Numerose e immediate le manifestazioni di cordoglio dal modo della politica, a partire dalla Lega: L’intera comunità della Lega è profondamente scossa e addolorata per la scomparsa del fondatore Umberto Bossi e si stringe con affetto e commozione ai suoi familiari. Tutti gli appuntamenti previsti per domani sono annullati» ha fatto sapere il partito guidato da Matteo Salvini in una nota in cui si fa sapere che il segretario ha cancellato tutti gli appuntamenti previsti per venerdì 20 marzo per rientrare a Milano.Per la premier Giorgia Meloni Bossi, «con la sua passione politica, ha segnato una fase importante della storia italiana e ha dato un fondamentale apporto alla formazione del primo centrodestra. In questo momento di grande dolore, sono vicina alla famiglia e alla sua comunità politica».«Non è il Nord che deve dire grazie a Umberto Bossi ma tutto il Paese» afferma il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, che fu ministro con Bossi nel quarto governo Berlusconi. «Senza il suo contributo di visione, realismo e capacità politica – prosegue Zaia – la storia repubblicana sarebbe stata molto differente, priva di un grande interprete della necessità di dare risposte alle istanze dei cittadini delle regioni settentrionali e con esse soluzioni a tutta la società italiana. Nella sua grande abilità è certamente ricorso anche a gesti eclatanti, come ha quando ha proclamato la secessione del Nord, ma lo ha fatto sempre con l’intento di fissare un punto all’interno del quale l’obbiettivo rimaneva sempre e soltanto il federalismo. Politicamente è stato un padre straordinario per tutti noi, gli siamo profondamente grati». «L’avversario più dignitoso che ho avuto in vita mia, e alla fine quello a cui ho voluto più bene» ha scitto su X Pierluigi Bersani.

Le origini della Lega

Per tutti il Senatùr da quando approdò a Palazzo Madama nel 1987, Bossi comincia la sua carriere politica fondando la Lega Lombarda: nel 1989 al primo congresso, davanti a 400 persone, scaglia bordate contro immigrati di colore, omosessuali e terroni. Anni dopo darà del “terùn” anche a Giorgio Napolitano: un anno e 15 giorni di reclusione per vilipendio al presidente della Repubblica, condonato dalla grazia di Sergio Mattarella nel 2019. Ma quelli sono i toni del rito dell’ampolla sul Po, delle adunate oceaniche a Pontida. Fusi vari movimenti regionalisti nella Lega Nord, la guida da segretario alla ribalta mentre scoppia Tangentopoli. Lontana dai centri nevralgici di economia e cultura, la Lega toglie voti ai partiti storici. All’inizio il segretario sta con il pool di Milano, il 16 marzo 1993 uno dei suoi deputati, Luca Leoni Orsenigo, si presenta in Aula con un cappio scorsoio. Un anno dopo, però, anche Bossi deve ammettere un finanziamento illecito da 200 milioni di lire da Montedison alla Lega. È raro vederlo senza sigaro. Con la canotta bianca, gli sfottò, le pernacchie, il dito medio levato, la voce cavernosa, Bossi vanta una ”diplomazia d’urto’’.

Al governo con Berlusconi

Nel ’91 urla a un congresso il suo slogan di maggior successo: “La Lega ce l’ha duro”. Due anni dopo a Pontida minaccia lo “sciopero fiscale” per chiedere le elezioni anticipate (tattica usata più volte). Si va al voto, la Lega diventa ago della bilancia: è l’obiettivo di Bossi, che fa sudare l’alleanza a Berlusconi, mettendo sul piatto federalismo e legge antitrust. Rompe con Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega, ma ottiene Irene Pivetti presidente della Camera e 5 ministri. Dopo nove mesi, però, il Senatùr fa il ribaltone e sostiene il governo tecnico di Umberto Dini. Con Berlusconi si alternano liti e pacificazioni, anche quando la Lega (dopo aver corso da sola nel ’96) entra nella Casa delle libertà nel 2001 e diventa ancora ministro. «L’anno che viene è quello in cui o si fa il federalismo o si muore», urla da Pontida nella calda estate 2002. Di anni ne serviranno tre, ma la riforma federalista della costituzione poi è bocciata dal referendum.

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