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Home » Musica ad alto volume e cuffie senza fili: attenti alla perdita d’udito “nascosta”, ecco i segnali
Salute

Musica ad alto volume e cuffie senza fili: attenti alla perdita d’udito “nascosta”, ecco i segnali

Sala StampaDi Sala StampaFebbraio 10, 20264 min di lettura
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Musica ad alto volume e cuffie senza fili: attenti alla perdita d’udito “nascosta”, ecco i segnali

Immaginate di sentire perfettamente i suoni, ma di non riuscire a comprendere le conversazioni in ambienti rumorosi. È la cosiddetta “perdita dell’udito nascosta” (Hidden Hearing Loss) che non riguarda il funzionamento dell’orecchio ma le sinapsi che connettono i suoni e la loro comprensione. Ne soffrono milioni di persone nel mondo, soprattutto anziani, e uno studio pubblicato su Nature Scientific Reports a gennaio l’ha riscontrata nei giovani che sentono musica ad alto volume. «Tutto ciò che è debole, di bassa intensità, continua a funzionare bene, perché le fibre che trasportano segnali di bassa intensità sono integre», spiega il professor Domenico Cuda, presidente della Società Italiana di Audiologia e Foniatria. «Invece il rumore, così come l’invecchiamento, prende di mira soprattutto le sinapsi delle fibre che lavorano ad alta intensità». Il risultato è paradossale: test audiometrici perfetti ma difficoltà concrete di comprensione quando l’ambiente si fa complesso, come in una sala affollata o riverberante.

Adolescenti a rischio con cuffiette e concerti

I fattori di rischio principali sono due: esposizione al rumore intenso e invecchiamento. Ma è tra i giovani che si osservano nuove diagnosi. «Non bisogna essere allarmisti, ma va posta la giusta attenzione sugli adolescenti che usano le cuffiette per molte ore al giorno e sui musicisti», avverte lo specialista. «I ragazzi tendono a spingersi oltre i limiti con il volume e soffrono una certa fragilità di queste strutture ancora non completamente formate». Lo studio su 42 giovani adulti esposti a festival musicali con livelli medi di 100 dBA (decibel ponderati A) ha documentato che, sebbene solo un partecipante mostrasse perdita uditiva clinicamente significativa, cinque presentavano riduzioni acute nei marcatori elettrofisiologici di danno sinaptico, con due casi persistenti fino a 14 giorni post-esposizione.

La regola del 60-60

Il problema non sono solo i concerti. «L’uso intensivo delle cuffiette cosiddette “in-ear”, quelle che si inseriscono nell’orecchio, può essere un problema perché, a differenza della cuffia con il cuscinetto che attutisce i rumori dell’ambiente e che resta più distante dalle strutture interne, comporta un volume residuo molto ridotto fra la membranella che vibra e la membrana timpanica», precisa Cuda. «Per una nota legge fisica, se una forza la applichi a un volume più piccolo, la pressione risultante sarà maggiore». Per questo gli esperti raccomandano la regola del “60-60”: mai più di 60 minuti continuativi, mai oltre il 60% del volume massimo del dispositivo. Meglio ancora con le cuffie tradizionali o quelle con sistemi di cancellazione del rumore.

Negli anziani l’ossidazione fa il resto

Negli anziani il processo è diverso. «Sono i meccanismi di ossidazione tipici dell’età avanzata a portare alla perdita dell’udito nascosta», precisa il presidente della SIAF. «Minori capacità riparative del danno ossidativo, quindi minore potere antiossidante dell’organismo, fanno sì che si danneggino prevalentemente queste sinapsi a nastro delle fibre ad alta intensità». Studi su ossa temporali umane dimostrano che la perdita di sinapsi con l’età supera di quasi tre volte quella delle cellule ciliate. Le ricerche hanno documentato che, sette soggetti over 60 su undici mostrano una perdita superiore al 60% delle fibre nervose periferiche. «Anche sentendo bene, anche avendo un udito ancora non troppo compromesso, loro comunque ti dicono di avere difficoltà con la comprensione delle parole in ambienti complessi e, inoltre, soffrono spesso di acufene», conferma il professore.

Diagnosi e terapie: tra promesse e realtà

I segnali d’allarme sono chiari: acufeni persistenti e difficoltà nel comprendere le parole in ambienti rumorosi, nonostante audiogrammi normali. «Quando si fa il comune esame audiometrico, la percezione dei suoni è ottima. Tutto ciò che invece è sopraliminare, cioè che richiede volume per essere percepito e compreso in modo chiaro, risulta essere disturbato», afferma Cuda. Questo sta spingendo i ricercatori a migliorare il fronte diagnostico validando marcatori elettrofisiologici, mentre, sul fronte delle terapie, alcune molecole si stanno rivelando promettenti anche se sono ancora nelle fasi precliniche. «La neurotrofina-3 ha dimostrato di rigenerare sinapsi cocleari dopo trauma acustico nei topi, e la sovraespressione di NT-3 previene le sinaptopatie correlate all’età – spiega ancora lo specialista –. E alcune sostanze potranno essere utili un domani in senso preventivo». Nel frattempo, la protezione acustica e la limitazione dell’esposizione rimane l’unica strategia accessibile.

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