L’ombra del Dragone si allunga sul mercato globale delle noci. A confermarlo sono i dati del dipartimento dell’Agricoltura statunitense (Usda) che fotografano un profondo riequilibrio degli assetti produttivi e commerciali del settore. Pechino – spiegano gli analisti nel “Tree nuts world market and trade”, pubblicato a fine ottobre – non è più solo il top player per capacità produttiva, ma nel giro di pochi anni ha conquistato anche la leadership dell’export, erodendo preziosi punti di share agli Stati Uniti, peraltro in mercati chiave per i trader americani.
Per la campagna 2026-27 la produzione cinese di noci è prevista al record di 1,6 milioni di tonnellate, il 7% in più rispetto all’anno precedente e quasi il 60% dell’intero raccolto mondiale. Il riscatto della Cina è partito circa due decenni fa, quando la sua produzione orbitava ancora attorno alle 400mila tonnellate. Oggi viaggia su valori quattro volte più elevati. Ma è soprattutto sul fronte commerciale che i numeri danno la misura del cambiamento che ha stravolto gli assetti mondiali. Le esportazioni cinesi sono stimate, nel 2026-27, a 675mila tonnellate (equivalente in guscio), contro 610mila della scorsa stagione e meno di 213mila del 2021-22.
I numeri sono ancora più eloquenti se inseriti nell’evoluzione del quadro globale. Nel 2026-27 l’export dovrebbe raggiungere il record di 1,43 milioni di tonnellate, stima l’Usda, con la Cina che, da sola, si spingerebbe a circa il 47% di share, contro poco più del 20% di cinque anni fa.
L’espansione – spiegano gli esperti americani – è il risultato di una poderosa campagna di investimenti per la messa a dimora di nuovi impianti, per lo più ad alta densità, che ha trovato il suo baricentro nello Xinjiang e nello Yunnan. Le due province concentrano ormai la quasi totalità della produzione nazionale, con oltre la metà ascrivibile allo Xinjiang e un altro 40% allo Yunnan. In entrambe le aree, i programmi governativi di contrasto alla povertà hanno incoraggiato la coltivazione del noce come fonte integrativa di reddito per le comunità rurali. E nello Xinjiang, in particolare, il modello ha trovato le condizioni più idonee per esaltare il successo dell’operazione, grazie a una combinazione di fattori tra climatici e territoriali particolarmente favorevoli.
Significativo anche lo sforzo per la modernizzazione della filiera a valle. Essiccazione, calibratura, sgusciatura e selezione si sono progressivamente spostate dalle singole aziende verso moderni impianti di trasformazione capaci di rispondere agli standard internazionali. Un successo decretato dall’evidenza che oltre il 70% dell’aumento dell’export degli ultimi cinque anni è dovuto al segmento dello sgusciato.












