Altro che “lavoretto”: il food delivery in Italia è una corsa lunga 8-10 ore, 6-7 giorni su 7, a cottimo. Due, tre, quattro euro lordi a consegna — e dentro ci finisce tutto: attese, carburante, usura, rischi. È il ritratto duro della condizione di lavoro dei rider che emerge dalla ricerca “La condizione di lavoro dei rider del food delivery” della Nidil Cgil nazionale, basata su 500 questionari raccolti in tutta Italia in quattro lingue (italiano, francese, inglese e urdu).
A mettere in fila i numeri e il loro peso è Roberta Turi, segreteria nazionale Nidil: dal dossier 2025 emerge «ancora una volta che questo non è un lavoretto, ma è un lavoro vero e proprio» per la maggior parte degli intervistati, con ritmi «su sei o sette giorni a settimana» e «otto-dieci ore giornaliere». E poi i compensi: «una media che va dai due ai quattro per ogni consegna», dentro cui «c’è tutto»: tempi di attesa, costi sostenuti dai rider, carburante, perché molti lavorano in moto o anche in auto. Sul fronte salute e sicurezza, aggiunge Turi, la ricerca segnala che «purtroppo i dispositivi di protezione individuali che vengono consegnati dalle piattaforme non sono assolutamente sufficienti».
Chi sono i rider del food delivery: età, genere e lavoro migrante
Nel campione di circa 500 rider intervistati, il profilo è netto: uomini (91,7%) e giovani adulti. La fascia 21-39 anni concentra quasi due terzi degli intervistati (63,4%). Il dato che pesa di più, però, è un altro: il food delivery in Italia è un lavoro ad alta attrazione migratoria. Quasi un terzo del campione è composto da cittadini di Paesi extra-Ue.
Dentro questa quota, la componente pakistana domina: 25,1% dell’intero campione, da sola. A seguire, con percentuali più contenute ma significative, i rider provenienti da:
- Afghanistan (2,6%)
- Bangladesh (1,8%)
- India (1,6%)
- Iran (1,2%)
Una mappa che disegna una prevalenza evidente di origini dall’Asia meridionale e dall’area mediorientale.


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