La ’ndrangheta si arresta a Bogotà, all’uscita di un supermercato, dove le forze speciali colombiane hanno fermato Giuseppe Palermo, detto “Peppe”, referente del clan di Platì con i narcos sudamericani. Si arresta a Cartagena de Indias, in un grattacielo di trenta piani, dove è stato catturato Emanuele Gregorini, “Dollarino”, legato al sistema di alleanze tra Cosa Nostra, camorra e ’ndrangheta emerso dall’inchiesta “Hydra”. Si arresta a Cali, dove è finito in manette Federico Starnone, originario di Locri, intermediario tra i gruppi di Platì e i narcos colombiani ed ecuadoriani.
Tre catture in Colombia, tre segmenti della stessa filiera: clan calabresi, broker, cartelli sudamericani, carichi di cocaina e rotte verso l’Europa. Palermo, Gregorini e Starnone rientrano nei numeri di I-Can, la rete di Viminale e Interpol che in sei anni ha contribuito all’arresto di 176 ’ndranghetisti in oltre trenta Paesi, tra cui 68 latitanti. Solo dal 2025 gli arresti sono stati 73.
Il vertice di Lione sul Progetto I-Can
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ne ha discusso al quartier generale Interpol di Lione con il segretario generale Valdecy Urquiza. Sul tavolo cooperazione tra polizie, narcotraffico, identificazione biometrica e patrimoni illeciti. Al centro, I-Can, Interpol Cooperation Against ’Ndrangheta.
Il progetto nasce nel giugno 2020 dal Dipartimento della pubblica sicurezza del Viminale e dal Segretariato generale Interpol. L’Italia mette risorse, metodo investigativo e conoscenza delle cosche. Interpol mette la rete globale.
Oggi I-Can conta 25 Paesi aderenti, circa 2.500 investigatori formati e una banca dati, l’Interpol Criminal Analytical File, alimentata da oltre 75mila entità collegate alla ’ndrangheta. Una mappa operativa che collega clan, broker, latitanti, rotte della cocaina, prestanome e patrimoni.

