Cosa farà il Comitato dei 15, promotore del quesito accolto dalla Cassazione, dopo la decisione del Consiglio dei ministri di modificare il quesito del referendum sulla giustizia, ma non la data? Subito dopo la modifica del quesito da parte della Cassazione, i promotori si erano detti fiduciosi sulla «fissazione della nuova data del referendum». In queste ore si sta ragionando sul da farsi, ma la decisione dovrebbe giungere non prima di lunedì 9 febbraio. I promotori potrebbero anche desistere dal prolungare la battaglia legale per concentrarsi sulla campagna in vista del voto del 22 e 23 marzo o fare ricorso.
Promotori, non si può usufruire dei 50 giorni di campagna referendaria
«La decisione del Cdm di mantenere ferma la data del referendum già fissata non consente di usufruire pienamente del termine minimo di 50 giorni previsto dalla legge per la campagna referendaria, e non tiene conto della volontà dei 546.463 firmatari di essere correttamente informati. Prendiamo atto di tale decisione che rappresenta, a nostro avviso, una forzatura», ha fatto sapere il ’Comitato dei 15’, secondo cui «la battaglia non deve essere sulla data, ma sull’esito referendario». Ecco le opzioni sul campo se il Comitato decidesse di agire.
Ricorso alla Corte costituzionale
Il Comitato potrebbe fare una nuova istanza per far ripartire dal 7 febbraio il termine di 50 giorni per la campagna referendaria. Le strade percorribili sarebbero due: il ricorso al Tar o alla Corte Costituzionale contro la delibera del governo. La raccolta di oltre cinquecentomila firme rappresenta un potere popolare che consente ai cittadini di opporsi a decisioni governative: il popolo eserciterebbe in forma diretta la propria sovranità. L’alternativa più facile sarebbe il ricorso alla Corte costituzionale, sollevando la questione del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Se questo tipo di ricorso dovesse venire accolto, potrebbe produrre uno slittamento del referendum. Trattandosi di un tema considerato poco complicato ma sicuramente urgente, i giudici costituzionali potrebbero decidere di dare una ’corsia preferenziale’ al provvedimento e pronunciarsi in poco tempo.
Ricorso al Tar
Un ricorso al Tar significherebbe invece impugnare l’ultimo provvedimento del governo per illegittimità. Potrebbe essere richiesta una sospensiva del decreto integrativo appena approvato dal Cdm, ma resterebbe il decreto governativo di gennaio, che fissa la data al 22 e 23 marzo. La richiesta rischierebbe di entrare in conflitto con l’ordinanza della Cassazione, che ha poi determinato il provvedimento del governo. La decisione del Tar sarebbe poi appellabile al Consiglio di Stato. La via del ricorso al tribunale amministrativo appare come quella più difficile, con tempi più lunghi, in cui un’eventuale sospensiva non apporterebbe alcuna ulteriore modifica sostanziale.









