Un porto che movimenta, secondo stime, almeno due milioni di tonnellate di merci l’anno, garantisce i collegamenti con le isole Egadi e Pantelleria con circa un milione di passeggeri e negli ultimi anni ha iniziato a intercettare anche una quota crescente del traffico crocieristico. A poche centinaia di metri si estende uno degli ecosistemi più delicati del Mediterraneo: le saline di Trapani e Paceco, zona umida protetta e habitat fondamentale per l’avifauna migratoria. È lungo questa linea di costa che si sta aprendo a Trapani un confronto destinato a incidere sul futuro del territorio: la candidatura dell’area al programma MaB – Man and Biosphere dell’Unesco.
Il dossier
Il dossier per il riconoscimento come Riserva della Biosfera punta a valorizzare il sistema ambientale delle saline e delle zone umide tra Trapani, Paceco e Marsala. L’obiettivo è promuovere un modello di sviluppo sostenibile che integri tutela ambientale, turismo e attività economiche tradizionali legate alla produzione del sale. Il progetto è stato presentato pubblicamente lo scorso dicembre, quando il comitato promotore ha illustrato i contenuti del dossier e la perimetrazione preliminare dell’area candidata. La candidatura non è però ancora arrivata alla fase formale internazionale: il dossier dovrà essere trasmesso al Ministero dell’Ambiente e successivamente inoltrato all’Unesco. Secondo la perimetrazione preliminare, l’area della futura riserva della biosfera dovrebbe includere l’intero sistema delle saline e delle zone umide costiere tra Trapani e Marsala, arrivando a lambire anche la fascia urbana e portuale della città. Un elemento che ha contribuito ad alimentare il dibattito sul rapporto tra tutela ambientale e sviluppo dello scalo.
Le preoccupazioni degli operatori portuali
È proprio il rapporto con il porto di Trapani – una delle principali infrastrutture economiche della Sicilia occidentale – il nodo più delicato emerso nelle ultime settimane. Dal mondo della portualità sono arrivate le prime prese di posizione critiche. Tra queste quella dell’imprenditore marittimo Gaspare Panfalone, che ha sollevato dubbi sul metodo seguito nel percorso di candidatura. «La tutela ambientale è un obiettivo che nessuno mette in discussione, ma deve nascere da un confronto serio e trasparente con il territorio. Nel caso della candidatura delle saline a Riserva della Biosfera MaB dell’Unesco, il timore è che il percorso sia stato costruito senza un reale coinvolgimento di una parte fondamentale dell’economia trapanese: il porto» dice. Panfalone, allineato in questa battaglia con Sicindustria Trapani, pone intanto un problema di metodo: «Non risulta che l’Autorità portuale, l’Autorità marittima o gli operatori dello scalo siano stati coinvolti nei tavoli di confronto, nonostante il porto rappresenti uno dei principali motori economici della città. È difficile immaginare un progetto che ridisegna l’equilibrio territoriale e ambientale dell’area senza aprire un dialogo con la comunità portuale, che garantisce lavoro, imprese e sviluppo al territorio». E poi c’è la questione che riguarda l’impatto che il riconoscimento Unesco potrebbe avere sul futuro dello scalo. «Il porto è una infrastruttura strategica per Trapani e per l’intera economia della Sicilia occidentale. Prima di procedere è fondamentale chiarire se e in che modo eventuali nuovi equilibri ambientali possano incidere su interventi come i dragaggi, l’ammodernamento delle banchine o lo sviluppo dei traffici. Sono questioni che riguardano il futuro dello scalo e quindi meritano un confronto aperto e trasparente con la comunità portuale». Una posizione condivisa da parte degli operatori portuali che hanno evidenziato come nel percorso di candidatura non sarebbero stati coinvolti né l’Autorità marittima né l’Autorità di sistema portuale del Mare di Sicilia occidentale. Il timore è che la candidatura Unesco possa tradursi in nuovi vincoli ambientali o paesaggistici capaci di incidere su interventi ritenuti strategici per lo sviluppo dello scalo, come i dragaggi dei fondali, l’ammodernamento delle banchine e il potenziamento dei traffici crocieristici.
Cosa comporta il riconoscimento Unesco
In realtà il riconoscimento come Riserva della Biosfera nell’ambito del programma MaB dell’Unesco non comporta automaticamente nuovi vincoli giuridici sulle attività economiche o sulle infrastrutture.
A differenza dei siti Patrimonio dell’Umanità, le riserve della biosfera non introducono divieti urbanistici diretti né modificano le normative esistenti. L’obiettivo del programma è piuttosto promuovere modelli di sviluppo sostenibile attraverso strumenti di pianificazione territoriale e progetti di gestione condivisa. Il modello delle riserve della biosfera prevede una suddivisione del territorio in tre livelli: una core area, di massima tutela ambientale; una buffer zone, destinata alla protezione ecologica; e una transition area, dove si trovano città, attività produttive e infrastrutture e dove lo sviluppo economico deve essere compatibile con gli obiettivi di sostenibilità. Nel modello MaB anche infrastrutture economiche rilevanti possono rientrare nella transition area. In diversi contesti europei porti e infrastrutture marittime sono stati coinvolti in programmi di innovazione ambientale, dalla riduzione delle emissioni alla sperimentazione di sistemi energetici più sostenibili. Secondo alcuni osservatori, questo potrebbe rappresentare anche un’opportunità per lo scalo trapanese, favorendo progetti legati alla sostenibilità della mobilità marittima e allo sviluppo di iniziative di turismo sostenibile legate ai collegamenti con le Egadi.











