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Home » Se l’intestino si trasforma in una distilleria: la sindrome da «auto-produzione di alcol»
Salute

Se l’intestino si trasforma in una distilleria: la sindrome da «auto-produzione di alcol»

Sala StampaDi Sala StampaFebbraio 9, 20264 min di lettura
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Se l’intestino si trasforma in una distilleria:  la sindrome da «auto-produzione di alcol»

Può sembrare la goffa scusa accampata da un automobilista pizzicato alla prova del “palloncino”. Ma invece, no. Si tratta di una sindrome reale, anche se rara: la sindrome da ‘auto-birrificazione’ (in inglese ABS o auto-brewery syndrome). Per quanto inverosimile possa sembrare, alcuni individui infatti albergano nel loro intestino un particolare tipo di microbioma, ‘specializzato’ nella fermentazione degli alimenti; questi batteri, dopo una scorpacciata di carboidrati fermentabili (pasta, pane, dolciumi, patate) trasformano l’intestino in una sorta di distilleria clandestina, dando luogo alla produzione di etanolo (alcol) endogeno. Di questa sindrome bizzarra si parla da tempo in modo aneddotico, spesso con scetticismo; inizialmente si era pensato che i responsabili del fenomeno fossero dei funghi, in particolare la Candida. Ma adesso, un serissimo studio, pubblicato su Nature Microbiology, da ricercatori dell’Università della California San Diergo e di Harvard arriva a dissipare i dubbi sull’esistenza di questo bizzarro fenomeno legato alle colonie di batteri “birrificatori” e mette i “puntini sulle i’” circa i veri responsabili. La ricerca è stata effettuata su 22 pazienti con sindrome ABS, che sono stati sottoposti a un minuzioso profiling metagenomico del loro microbioma intestinale. Questo ha consentito di individuare i ceppi batterici e le vie metaboliche capaci di convertire l’intestino in una distilleria clandestina.

Lo studio

Come visto, la ‘materia prima’ è rappresentata dai carboidrati fermentabili, alimenti comunissimi soprattutto sulla tavola degli italiani, come pasta, pane, pizza e dolci. Arrivati nell’intestino, i batteri ‘birrificatori’ cominciano a fermentarli, dando luogo alla produzione di etanolo (frutto della fermentazione) che si appalesa anche con veri e propri sintomi da intossicazione alcolica, a distanza di 2-6 ore dal pasto. Gli autori dello studio hanno rilevato che la concentrazione media di etanolo nel sangue, in corrispondenza di questi disturbi, era pari a 136 ± 82 mg/dl ed era rilevabile sia agli esami del sangue che al ‘palloncino’ (il limite legale del tasso tasso alcolemico per la guida è inferiore a 0,5 grammi/litro, o 50 mg/dl, ma già a 0,2-0,3 grammi/litro si prova sensazione di ebbrezza e si riduce la percezione del rischio, come riporta l’Istituto Superiore di Sanità nella sua tabella). Una condizione insomma in tutto e per tutto indistinguibile da un’intossicazione alcolica successiva al consumo di vino altre bevande alcoliche.

Le persone affette da ABS sono del tutto asintomatiche nelle fasi di digiuno o se seguono diete prevalentemente proteiche e questo contribuisce alla confusione circa il loro stato, che li porta a essere guardati con sospetto sia dal medico curante che dagli stessi familiari.

Le prime segnalazioni di sindrome ABS risalgono a diversi anni fa, ma questa elusiva sindrome non è mai arrivata sotto la luce dei riflettori perché nell’ambiente scientifico non era ritenuta plausibile, mentre i malcapitati che ne erano affetti venivano bollati come bevitori sotto-coperta. Ma negli anni, i metodi di analisi delle colonie batteriche che compongono il microbiota intestinale si sono molto evoluti e gli autori dello studio pubblicato su Nature Microbiology sono riusciti a mettere insieme un discreto numero di pazienti che ha consentito loro di studiare in modo approfondito questo strano fenomeno, con tecniche di analisi metagenomica del microbiota intestinale e di metabolomica sulle feci. Come gruppo di ‘controllo’, sono stati utilizzati i familiari conviventi dei pazienti.

I batteri “birrificatori”

Le colture fecali dei “pazienti” presentavano una concentrazione media di etanolo di 14,47 mg/dl, contro i 5 mg/dl dei familiari sani, in pratica tre volte tanto. La prova provata della colpevolezza dei batteri si è avuta con la scomparsa della produzione di etanolo, a seguito della somministrazione di antimicrobici, che portava il microbiota a una ritrovata “sobrietà”. La carta d’identità dei batteri “birrificatori” è stata fornita dagli studi di metagenomica, che hanno messo sul banco degli imputati dei Proteobacteri, come Escherichia coli e Klebsiella pneumoniae. Lo studio delle vie metaboliche percorse da questi batteri ha evidenziato almeno tre diversi fenomeni di fermentazione (ad esempio acida mista ed eterolattica). In parallelo, i pazienti presentavano una pressoché totale scomparsa di batteri anaerobi produttori di butirrato, quali Ruminococcus bromii e Coprococcus eutactus.

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