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Home » Shein e la sua quotazione ridotta: dalla tracciabilità ai dazi, ecco le minacce al suo business
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Shein e la sua quotazione ridotta: dalla tracciabilità ai dazi, ecco le minacce al suo business

Sala StampaDi Sala StampaAgosto 25, 20263 min di lettura
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Shein e la sua quotazione ridotta: dalla tracciabilità ai dazi, ecco le minacce al suo business

Il tema del controllo della filiera è cruciale: nel documento, sottolinea Public Eye, si dichiara che la responsabilità in merito alle condizioni di lavoro, alla qualità dei prodotti e alla conformità normativa è ampiamente delegata a produttori, commercianti e altri partner commerciali, i quali sono inoltre tenuti a manlevare Shein in caso di violazioni. Violazioni dei diritti dei lavoratori e altri abusi sono considerati rischi aziendali, e non c’è un controllo diretto, anche se Shein fa uso di un “Responsible Sourcing Programme”, sistema di audit condotti da terzi, con Shein che riconosce di «non poter garantire che tali audit rilevino sempre le non conformità».

Nel tempo diverse inchieste hanno rilevato gravi irregolarità nel sistema Shein: “Untold: Inside the Shein Machine” è il titolo del documentario firmato dalla reporter Iman Amrani per la britannica Channel 4, nel quale si raccontano le condizioni di lavoro in due fabbriche produttrici per Shein nella provincia di Guangzhou, con orari infiniti e paghe misere. Gli stessi risultati di un’altra inchiesta, condotta dalla Bbc nel 2025: visitando la zona di Panyu – nota anche come “Shein village” in virtù della grande concentrazione di produttori per il gruppo – la giornalista Laura Bicker ha rilevato come in alcuni casi gli operai lavorassero anche 75 ore a settimana, a fronte delle 44 che non dovrebbero essere superate secondo le leggi cinesi, alimentando un sistema di lavoro a chiamata ed estremamente precario ma molto coerente con il modello on demand di Shein.

Si tratta del sistema “Large-scale Automated Test and Reorder”, con il quale Shein eliminerebbe la sovrapproduzione registrando le richieste dei clienti e girandole alle aziende produttrici, sistema sul quale edifica gran parte della sua strategia di sostenibilità: a fronte del 4.700 nuovi “stili” proposti ogni giorno, però, non si può escludere che ciò che viene richiesto venga poi effettivamente venduto e non finisca in magazzino, per dover essere poi smaltito. E che dunque Shein, come nota Public Eye, in definitiva acceleri il meccanismo che vuole scardinare.

A partire dal 2022 Shein ha pubblicato il suo report di sostenibilità, e nel marzo 2026 ne ha dedicato uno specifico alla “circolarità”, tema chiave per la sua strategia EvoluShein: nello stesso anno, a partire dagli Stati Uniti, Shein ha lanciato la sua piattaforma di resale “Shein Exhange”, dove nel 2025, secondo il documento, sono stati caricati 83.700 prodotti, pari ad appena lo 0,01% del totale di 1,078 miliardi di nuovi ordini ricevuti nel medesimo anno. E nonostante gli investimenti nella filiera del riciclo dei tessuti, sempre nel documento per l’Ipo a Hong Kong si legge che nel 2025 Shein ha recuperato 10,5 milioni di metri di tessuto di scarto, una cifra pressoché risibile se si pensa che molte aziende tessili italiane ne producono da sole oltre un milione l’anno.

Non meno importante, anche perché foriero di rischi concreti per il business dell’azienda, è il tema delle tariffe doganali imposte da Stati Uniti e Unione Europea per limitare l’arrivo dei miliardi di piccoli pacchi provenienti dalla Cina, tipicamente quelli di Shein e Temu, nei loro mercati: l’Unione Europea ha imposto dal 1 luglio nuovi dazi che aumentano la spesa di chi li ordina, sulla scia di quanto già disposto negli Stati Uniti lo scorso anno. Secondo Shein queste misure «possono influire negativamente sul business», effetto in realtà già registrato negli Stati Uniti, mercato che genera il 24% delle vendite dell’azienda cinese e dove le perdite dei primi tre mesi 2026 hanno raggiunto 99 milioni di dollari.

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