IL PUNTO – Ucraina, spiragli di negoziato e il nodo territori: Zelensky pronto alla pace ma senza cedere il Donbass
Il nuovo tentativo di avviare un percorso di pace per l’Ucraina si scontra con i consueti, profondi ostacoli geopolitici. In un’intervista rilasciata ad Abc News, il presidente Volodymyr Zelensky ha ribadito che Kiev «è pronta alla pace», ponendo tuttavia un limite invalicabile: nessuna cessione di ulteriori territori alla Russia, che attualmente controlla già circa un quinto del Paese. Di contro, Mosca continua a pretendere il pieno controllo dell’intero Donbass, confermando una distanza negoziale ancora amplissima.
Il calendario diplomatico prevede nuovi round già dalla prossima settimana in Europa, dove i delegati ucraini incontreranno i partner europei e gli inviati speciali statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, in vista dei colloqui trilaterali tra Russia, Stati Uniti e Ucraina attesi per metà novembre. Il nodo cruciale rimane quello dei confini. Lo stesso segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha inquadrato la disputa spiegando che il conflitto «in realtà riguarda il Donbass: la Russia cerca di ottenerlo ma non può impadronirsene militarmente, e Kiev non vuole cederlo per ragioni di sovranità e sicurezza a lungo termine». La posizione di Zelensky resta orientata a un congelamento del fronte lungo le attuali linee di contatto.
Sul fronte diplomatico pesa però l’ambiguità del ruolo di mediazione assunto da Washington sotto l’amministrazione Trump, attenta a bilanciare i negoziati con gli interessi economici interni. Tra gli elementi di tensione figurano l’accordo sul gasolio con Vladimir Putin e le rivelazioni di New York Times e Financial Times relative a contatti tra emissari statunitensi e il Cremlino per l’acquisto di tecnologia dell’azienda russa Novatek da parte dell’americana Polar Lng, destinata allo sfruttamento del gas in Alaska; una vicenda culminata nelle dimissioni dei vertici della società Usa a causa di finanziamenti occulti provenienti proprio da Mosca.
Queste frizioni avevano innescato nelle scorse settimane una dura crisi nei rapporti tra Washington e Kiev, sfociata nella temporanea sospensione della condivisione di intelligence, nelle restrizioni sui sistemi satellitari e nel blocco delle forniture di missili di difesa aerea. Se il blackout informativo e le limitazioni alla rete Starlink e Starshield sono ormai rientrati — permettendo alle forze ucraine di ripristinare la piena operatività e connettività oltre i 400 km/h a supporto della contraerea contro i droni kamikaze Shahed —, resta aperto il problema delle munizioni: «È di estrema importanza che le forniture di missili intercettori riprendano», ha ammonito Zelensky, mentre i raid russi continuano a colpire i centri urbani.
Sul terreno bellico, infine, si registrano segnali contrastanti. Da un lato si apre un piccolo spiraglio umanitario a Oleshky, dove entrambe le parti hanno confermato una tregua a partire dal 27 ottobre per soccorrere la popolazione civile stremata dall’isolamento. Dall’altro lato le ostilità non accennano a diminuire: le forze di Kiev hanno dimostrato la loro capacità di colpire in profondità sul suolo russo, conducendo un raid contro un polo industriale e i depositi logistici di Ozon a Omsk, nella Siberia sudoccidentale, a quasi 2.500 chilometri dalla linea del fronte.





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