Il piano di reazione dell’Iran in caso di un nuovo attacco dopo quello di giugno 2024 da parte di Stati Uniti e Israele era incendiare il Medio Oriente. Un’azione che doveva rendere la guerra con la Repubblica islamica costosa anche per i paesi arabi e le loro economie. Per il turismo l’obiettivo è stato raggiunto velocemente. È bastato mettere nel mirino aeroporti, hotel e ambasciate dall’Arabia Saudita al Kuwait passando per gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar in poche ore è stato sbriciolato un decennio di sforzi compiuti dai paesi del Golfo per consolidare la propria reputazione come destinazioni sicure. La spesa dei turisti stranieri nel Medio Oriente lo scorso anno valeva 193,9 miliardi di dollari (dati Wttc) con un tasso di crescita annua media prevista fino al 2035 del 4,35% che porterebbe il valore a 301 miliardi di dollari. Stime che rischiano ora di essere riviste pesantemente al ribasso.
I riflessi sui viaggi internazionali
L’impatto che la nuova guerra avrà sul turismo internazionale è difficile da prevedere. Secondo le stime del Centro Studi Turistici di Firenze ogni anno verso i Paesi indirettamente coinvolti nelle azioni militari – Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Giordania, Arabia Saudita e, in misura minore, Oman – viaggiano oltre 610mila italiani. Sul versante dell’incoming gli arrivi annuali nel nostro Paese sono oltre 170mila e più di 2,5 milioni di pernottamenti. «Al momento registriamo per l’Italia un rallentamento generalizzato sull’outcoming, mentre per gli arrivi c’è un atteggiamento di attesa che servzione a capire se si andrà verso una mediae o un’ulteriore intensificazione del conflitto con conseguenze su tariffe e prezzi» spiega Gianfranco Lorenzo, responsabile Area ricerca. «Resta la propensioni al viaggio ma è probabile una riconversione su mete a breve o medio raggio».
Le alternative
Quali sono le alternative che i turisti prendono in considerazione? I dati raccolti da Mabrian, azienda di analisi per il turismo, mostrano tre potenziali scenari di “deviazione della domanda di viaggio” nei principali mercati in uscita: Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Stati Uniti. Il primo indica una crescente propensione a rimanere più vicini a casa. Per gli italiani questo significa guardare a Croazia, Repubblica Ceca, Norvegia e Spagna (che per l’Italia è il secondo mercato di destinazione con il 15% dei viaggi).
Il secondo scenario evidenzia una domanda per l’Asia (Giappone, Thailandia, Vietnam, Cambogia e Filippine) sostenuta collegamenti aerei diretti. Uno scenario si potrebbe concretizzare solo se le tariffe aeree su queste rotte dirette rimarranno competitive. Infine, sottolinea Mabrian nella sua nota, «diverse destinazioni a lungo raggio stanno emergendo come potenziali alternative. Tra i viaggiatori britannici, Sudafrica e Maldive stanno guadagnando terreno, mentre le destinazioni latinoamericane stanno attirando l’attenzione di viaggiatori francesi, italiani, tedeschi e statunitensi. In particolare, Perù e Brasile si stanno profilando come alternative ambite».











