«Ogni promessa è debito… pubblico». Nei giorni in cui da più parti si torna a invocare la spesa in deficit il presidente della Fondazione Einaudi Giuseppe Benedetto – nel suo nuovo libro, “Liberale è. Predicare inutilmente” (Rubbettino, 156 pagine) – ricorda che «liberale è chi sa che il debito è soprattutto una forma di tassazione differita, a cui prima o poi si deve far fronte».
Nel volume, fresco di pubblicazione e già disponibile in libreria e su tutte le piattaforme digitali, si affrontano i temi che da decenni bloccano il Paese compromettendo ogni possibilità di crescita. Benedetto affronta un viaggio dentro le contraddizioni più profonde dell’Italia: un Paese dove si tassa chi lavora, si premia chi spreca e si ostacola chi produce.
Fare impresa da noi, si legge nel saggio, resta più difficile rispetto a quanto avviene in altri Paesi europei. Uno dei principali handicap che le nostre imprese devono affrontare riguarda la pressione fiscale, che qui è di circa sei punti percentuali più alta che in Spagna, la realtà che cresce più rapidamente in Europa occidentale da un paio di anni. Il nostro Paese è schiacciato sotto il peso del suo enorme debito pubblico. Ridurre la dimensione dello Stato, sostiene Benedetto, vuol dire essere liberali e uno Stato in cui la spesa pubblica è ancora il 51% del Pil e in cui la pressione fiscale arriva al 43% del Pil non è propriamente molto liberale.
L’altro grande scoglio contro cui sbatte chi vuole avviare un progetto in Italia è la lentezza della macchina pubblica. La burocrazia è il Moloch che immobilizza il nostro Paese, l’“Idra” la chiama Benedetto. Non solo un insieme di uffici, ma un humus culturale per cui a ogni problema si risponde con un nuovo modulo, una nuova legge, un nuovo controllo ex ante che blocca in modo indiscriminato l’attività produttiva.
Nella seconda parte del saggio ampio spazio è dedicato a quello che è divenuto un vero e proprio simbolo del malgoverno: le Regioni, quelle che, con profetica preveggenza, Malagodi, già nel 1970, aveva indicato come i nascenti centri di spreco. L’attuale assetto istituzionale ha moltiplicato i livelli decisionali e le vessazioni fiscali per i cittadini senza aumentare la qualità dei servizi, generando una deresponsabilizzazione diffusa. Nella visione di Luigi Einaudi e dei liberali del secondo dopoguerra, l’autonomia territoriale serviva a rendere trasparente il nesso fra imposte e servizi, a responsabilizzare gli amministratori, a premiare le soluzioni migliori. La Regione doveva essere un laboratorio di efficienza e innovazione. Il risultato reale, però, ha raccontato un’altra storia.











