Ufficialmente vale quel che Giorgia Meloni ha ripetuto nelle ultime occasioni pubbliche: si arriva a ottobre 2027, la scadenza naturale della legislatura. Ma in pochissimi ci credono. Perché la data che rimbalza da settimane tra Palazzo Chigi e Transatlantico e un’altra: primavera 2027. Con un range possibile che va da aprile a giugno.
Le fibrillazioni dentro Forza Italia
Il partito dei “legislaturisti” annovera soprattutto gli alleati Antonio Tajani e Matteo Salvini. Il primo ha sondato esplicitamente i suoi parlamentari in una riunione di Forza Italia della settimana scorsa. La risposta è stata quasi unanime: andare avanti fino alla fine. Gli azzurri sono in piena transizione verso la forza liberale e attenta ai diritti che sogna Marina Berlusconi. La leadership di Tajani non è apertamente messa in discussione, anche se esiste un fronte sempre più critico che va dal governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, al ministro per la Pa Paolo Zangrillo. La vittoria in Calabria sul candidato vannacciano non ha spento del tutto i timori di un’erosione di voti sui territori. E l’appeal dei moderati euroatlantisti in una coalizione sempre più spostata a destra rischia di appannarsi ancora in una campagna elettorale che si annuncia senza esclusione di colpi.
I timori dei leghisti
Nel Carroccio le preoccupazioni sono ancora maggiori. La Lega è la forza politica che nei sondaggi sta pagando di più la discesa in campo di Vannacci con Futuro nazionale. Salvini sa che un voto a stretto giro fotograferebbe un partito inchiodato intorno all’8%, sideralmente distante dal 34% delle europee del 2019. Andare alle urne ora significherebbe cristallizzare il ridimensionamento e perdere potere contrattuale nella formazione delle liste, soprattutto al Nord dove la concorrenza di Fdi è diventata diretta.
La forza trainante di Meloni
L’unico partito che sembrerebbe presentarsi quasi con la stessa capacità di attrazione del 2022 è Fratelli d’Italia, rimasto a veleggiare nei sondaggi attorno al 28%, primo partito incontrastato. Merito della popolarità personale della premier e degli annunci con cui sta costellando questo momento complicatissimo, dall’addio al bollo auto al price cap sui carburanti delle compagnie petrolifere cercato e ottenuto con la sua moral suasion.
Starà a lei la scelta finale, una volta superato l’8 ottobre, lo scoglio del voto segreto finale sulla nuova legge elettorale. A far pendere la bilancia dalla parte delle urne anticipate in primavera c’è una concorrenza di fattori: l’esaurimento della spinta riformatrice del Governo con la fine del Pnrr, la rinuncia al premierato e l’autonomia svuotata dalla Consulta; un’economia minacciata da nubi nerissime, con l’inflazione e gli shock energetici a richiedere scelte tempestive per tutelare famiglie e imprese e i conti pubblici a non permettere margini di manovra; nessuna prospettiva di una risoluzione a breve delle tante crisi internazionali, anzi. Tutte spine che portano la premier a pensare di poter capitalizzare il consenso prima che l’usura del potere e le partite più divisive logorino la coalizione.











