Sul voto ai fuorisede non si replica: se al referendum su lavoro e cittadinanza nel 2025 era stato possibile votare anche agli elettori che per motivi di studio, lavoro o salute erano temporaneamente domiciliati in un comune di una provincia diversa da quella di residenza, per la consultazione referendaria sulla giustizia in programma per il 22 e 23 marzo non ci sarà questa possibilità.
La sperimentazione che era stata introdotta per la prima volta per le Europee del 2024 (ma solo per gli studenti fuorisede che dovevano registrarsi entro un mese prima del voto) è almeno per il momento sospesa. La commissione Affari costituzionali della Camera ha bocciato tutti gli emendamenti delle opposizioni al decreto Elezioni: le proposte di +Europa, Pd, Avs e Azione – che hanno ricevuto parere contrario del relatore e del governo – intendevano riconoscere il diritto di voto nel comune di domicilio agli «elettori che per motivi di studio, lavoro o cure mediche sono temporaneamente domiciliati in un comune situato in una provincia diversa da quella in cui si trova il comune nelle cui liste elettorali sono iscritti». Il decreto è atteso in Aula a partire dal 2 febbraio.
Magi: schiaffo a mlioni di italiani
Molto critico Riccardo Magi, firmatario del primo emendamento depositato in commissione: «Una scelta che rende evidente come il governo abbia paura della democrazia e dei diritti ed è uno schiaffo a tutti quei milioni di italiani che lavorano e studiano fuori dalla regione di residenza» ha detto il segretario di +Europa. «Tra l’altro – ha fatto notare Magi – con questo voto, governo e maggioranza contraddicono loro stessi: da presidente del Comitato promotore del referendum sulla cittadinanza avevo incontrato a Palazzo Chigi con i comitati degli altri referendum il ministro dell’Interno Piantedosi e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Mantovano e avevamo ottenuto per la prima volta nel nostro Paese la possibilità di esercitare il voto fuori sede non solo per gli studenti ma anche per i lavoratori, oltre che per motivi di cura. L’emendamento ricalcava esattamente quanto il governo aveva attuato per i referendum del giugno scorso. Per questo è incomprensibile il motivo per cui governo e maggioranza hanno votato no. Peraltro adducendo il fatto che non ci sono tempi tecnici: e allora perché avevano escluso il voto fuorisede già quando hanno scritto il decreto? Una follia antidemocratica, nonché l’ennesima contraddizione di questa destra».
La proposta popolare: seggi negli uffici postali
Il voto ai fuorisede è l’obiettivo della legge di iniziativa popolare che ha appena cominciato il suo iter in commissione Affari costituzionali del Senato. Una mossa, si spiega nell’illustrazione del testo, per combattere l’astensionismo e che riguarda potenzialmente almeno 5 milioni di elettori. La raccolta delle 50mila firme si era conclusa a dicembre e la proposta era stata presentata a Palazzo Madama dai promotori – Good lobby, Will Media e la Rete voto fuori sede – con l’auspicio che il Parlamento se ne occupasse al più presto.




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