Il suo primo significato è “albero della nave”, il secondo “telaio”, anch’esso oggetto verticale poiché le donne dell’antica Grecia tessevano in piedi. Le valenze del termine istòs si incontrano oggi in un nuovo progetto, che dai telai parte con l’ambizione di arrivare lontano, come una nave sospinta dal vento. Istòs, infatti, è il nome della Scuola di Calascio per il perfezionamento della tessitura, lane e fibre vegetali autoctone, inaugurata nel borgo abruzzese e nata nell’ambito del progetto “Rocca Calascio – Luce d’Abruzzo”, che ha ricevuto 20 milioni di euro tramite il Pnrr per valorizzare il territorio, afflitto dallo spopolamento.
Capofila della Scuola è la Fondazione Arte della Seta Lisio di Firenze, da sempre impegnata nella valorizzazione del patrimonio tessile italiano, anche attraverso la formazione, che insieme ad altri partner locali – come la tessitura Chiù e il lanificio Lamantera- con Istòs punta a preservare le memorie tessili della regione e il valore della lana locale, di cui fino alla metà del secolo scorso l’Abruzzo era importante produttore e che oggi è raccolta in minime quantità.
Nel borgo, che con la sua Rocca medievale è simbolo del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, prende forma dunque un hub culturale e produttivo, che fino a giugno, ma anche successivamente, offrirà a professionisti e appassionati corsi dedicati alla maglieria di montagna, alla tintura con pigmenti naturali, ai costumi rurali ma anche alle tecnologie per la moda circolare. «È una grande sfida, ma molto appassionante – dice Elena Baistrocchi, direttrice della Fondazione Lisio -. Abbiamo portato telai e macchinari, l’idea è dar vita a un luogo che sia centro di memoria, ricerca e innovazione e che possa essere un’attrattiva per il territorio, ma non solo. Peraltro il nostro fondatore, Giuseppe Lisio, era originario di Roccamontepiano, in provincia di Chieti, e per noi dunque questo progetto rappresenta anche un ritorno nella regione».
Fra i numerosi obiettivi di Istos, anche quello di richiamare l’interesse di grandi aziende verso la lana abruzzese, peraltro già protagonista di capsule proposte da Loro Piana e Brioni, il cui successo non è stato determinato solo dalla qualità della fibra, ma anche dalla sua densità narrativa. Per secoli il vello delle pecore merinizzate della regione ha alimentato la ricchezza dei suoi borghi, e se luoghi come Calascio rischiano la desertificazione è anche a causa della progressiva scomparsa della filiera della lana.
Sempre con fondi del Pnrr, e sempre in Abruzzo, è nato l’Osservatorio Nazionale FiLA (Filiera Produzione Sostenibile Lane Autoctone), progetto del dipartimento di architettura dell’università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara, che ha l’obiettivo di mappare le filiere delle lane locali, metterle in relazione e proporre un modello di economia circolare che restituisca valore a un prodotto oggi considerato uno scarto dell’industria alimentare. In Abruzzo, secondo il FiLA, un anno fa c’erano 126.022 capi ovini, distribuiti in 4.135 allevamenti, dei quali però soltanto 11 dichiaravano di allevare per produrre lana.













