Lo scontro legale tra le sigle animaliste e l’Enci per la pista dei levrieri di Maserada sul Piave si è concluso in via definitiva e il bilancio per chi si opponeva alla struttura si ferma su un doppio scoglio: i tempi dei procedimenti amministrativi ma anche la mancanza di prove sulla presunta pericolosità della pista stessa. A scendere in campo contro l’amministrazione comunale e la società Enci Servizi, che aveva realizzato la pista, erano state Lega Nazionale per la Difesa del Cane, Pet Levrieri Onlus, Lav, Enpa e Oipa. Il loro obiettivo era far revocare la licenza per la realizzazione dell’opera.
Cosa ha deciso il Consiglio di Stato
Il motivo principale della decisione del Consiglio di Stato che ha chiuso la vicenda (la sentenza 1453/2026), è rappresentato dalla tardività dei ricorsi (eccepita dall’Enci), ma anche la questione dei rischi per i cani viene affrontata, sia pure in modo incidentale. Il cuore dell’offensiva animalista si basava in realtà proprio sull’idea che la pista rappresentasse un pericolo oggettivo per gli animali ed è bene per questo segnalare come l’ha risolta il Consiglio di Stato. Il punto 9.6.2 della sentenza affronta nello specifico alcuni motivi di appello presentati dalle associazioni animaliste, che si concentravano sulle contestazioni relative all’articolo 12 della convenzione stipulata tra il Comune di Maserada sul Piave ed Enci, che consente al Comune stesso di risolvere l’accordo nel caso in cui si verifichino condotte lesive della salute e dell’incolumità dei levrieri. Le associazioni sostenevano che l’articolo 12 della convenzione rendesse manifesto un “difetto di istruttoria” da parte dell’amministrazione, la quale avrebbe approvato il progetto senza valutarne adeguatamente i rischi. A loro avviso, le caratteristiche tecniche della pista (struttura ovale e box di partenza) e le modalità di svolgimento delle gare (cani con museruola che corrono dietro a uno zimbello meccanico) sono del tutto identiche a quelle che si riscontrano nel mondo delle corse commerciali e a sostegno di questa tesi sono stati portati studi relativi a quel tipo di realtà. A causa di queste similitudini, le associazioni deducevano una “pericolosità in re ipsa” (intrinseca) dell’attività prevista. Analizzando l’accusa sulla presunta rischiosità intrinseca della pista, il Consiglio di Stato ha definito la doglianza delle associazioni come “generica”, formulata in modo “apodittico e priva di supporto argomentativo”. In gergo giuridico, i giudici hanno sancito che l’accusa è stata presentata come una verità assoluta e inconfutabile, ma senza fornire le dovute dimostrazioni e argomentazioni per sostenerla.
Ma la pista è un cinodromo?
L’articolo 12 della convenzione tra il Comune di Maserada e l’Enci prevede dunque la possibilità di revoca nel caso la salute dei cani non venga garantita. Al Comune di Maserada però non sono mai arrivate segnalazioni di situazioni di pericolo per i cani. Spiega infatti il sindaco, Lamberto Marini: «Non solo nessuno ci ha mai segnalato problemi del genere, ma a Maserada sono ormai tanti che vanno a vedere queste attività e si è percepita la passione e la cura che i proprietari hanno per i propri cani». E aggiunge: «Spesso si usa la parola “cinodromo”, come quello che fu chiuso a Roma nel 2002, ma con questo termine si fa pensare a una struttura ben diversa da un semplice anello di sabbia come è la pista di Maserada».
Ma poi i dati delle corse commerciali si possono “utilizzare” per ricavarne la pericolosità di piste come quella di Maserada? Pare di no. Qualche tempo fa l’Enci aveva diffuso il dato delle corse effettuate e risultava che c’erano stati più di 2.000 passaggi in pista senza incidenti. Secondo Gaetano Turrini, allevatore di whippet: «In Italia l’attività sportiva dei levrieri è nata alla fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta del secolo scorso ed è sempre stata completamente distinta da quella dei cinodromi commerciali. Molti di noi neanche sapevano della loro esistenza. Il percorso sportivo dei levrieri in Italia iniziò ufficialmente nel 1980 a Innsbruck (Austria). Il 20 settembre di quell’anno, 4 cani italiani su 6 presentati ottennero le loro prime licenze da corsa. Poiché in Italia non c’erano campi approvati per le corse, venne stipulato un accordo con la federazione svizzera per permettere ai cani italiani di ottenere “licenze estere” (la licenza è una prova di verifica di attitudine del cane alla corsa e dell’assenza di aggressività durante il suo svolgimento verso altri soggetti, ndr). La svolta strutturale arrivò quando il centro svizzero di Sant’Antonino chiuse. Il gruppo italiano fece un accordo per ritirare la loro attrezzatura di alta qualità e, nel 1983 a Schio (in provincia di Vicenza), costruì la prima pista regolamentare italiana». Al momento l’Italia ha una sola pista, quella di Maserada appunto, ma nei paesi accanto, come la Svizzera o l’Austria, ce n’è più di una: il confronto, segnalano gli esperti, andrebbe fatto con quelle piste, non con i cinodromi commerciali. E anche con le piste italiane che hanno chiuso nel tempo (sempre per motivi organizzativi), le ultime due a Castano Primo in provincia di Milano e a Poianella di Bressanvido (Vicenza). Quanto agli effetti dell’attività sui cani, Turrini spiega: «Si tratta di attività che permettono di conservare le attitudini di razza dei levrieri e garantirne la salute fisica e caratteriale». Anche Angelo Anselmi, allevatore di piccoli levrieri italiani e veterinario, ricorda: «Dalla fine degli anni ’90 seguo come responsabile veterinario la pista amatoriale Fci (federazione cinologica internazionale, ndr) svizzera di Lostallo a poca distanza da Bellinzona. Le corse amatoriali sono prove attitudinali per le razze levriere, assolutamente sicure, il cui unico fine è valutare la predisposizione del levriero a ciò per cui è stato selezionato da secoli (caccia a vista e in questo ambito, inseguire uno zimbello che ricorda una lepre). Il proprietario porta il suo cane per vederlo correre e divertire e l’unica preoccupazione è che corra in sicurezza. Non avrebbe senso e non sarebbe possibile “costringere il levriero a correre” e c’è solo il piacere di vederli appagati. Si tratta di un ambiente che nulla a che spartire con il mondo professionale, che è estraneo per noi appassionati amatori del levriero».









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