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Home » Guerra in Iran, Sigonella e le altre basi Usa in Italia: chi decide per usarle?
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Guerra in Iran, Sigonella e le altre basi Usa in Italia: chi decide per usarle?

Sala StampaDi Sala StampaMarzo 5, 20265 min di lettura
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Guerra in Iran, Sigonella e le altre basi Usa in Italia: chi decide per usarle?

Per “infrastrutture” invece «si intende l’insieme delle strutture fisse o permanenti, sia orizzontali che verticali, e delle attrezzature presenti all’interno dell’installazione e ivi stabilite per lo svolgimento delle attività principali e di supporto delle Forze». Infine, per “installazione” si intende «il complesso di terreni e strutture fisse su di essi, che si trovano all’interno di confini definiti e chiaramente identificati». Ciò chiarito, «l’installazione è posta sotto il comando italiano. Le funzioni di tale comando, che saranno esercitate da un ufficiale italiano, varieranno a seconda che l’installazione sia utilizzata congiuntamente o esclusivamente dalle forze armate degli Stati Uniti.

La giurisdizione del comandante italiano si estende a tutta l’installazione, a tutto il personale italiano, militare e civile, assegnato per qualsiasi motivo all’installazione, nonché al territorio, alle infrastrutture, alle attrezzature e ai materiali italiani». Quanto invece alle responsabilità riconosciute agli Usa, «il comandante statunitense ha il pieno comando militare sul personale, sulle attrezzature e sulle operazioni degli Stati Uniti. Egli – si legge ancora nel documento – informerà in anticipo il comandante italiano di tutte le attività significative degli Stati Uniti, con particolare riferimento alle attività operative e di addestramento, ai movimenti di materiale, armi e personale civile/militare, nonché a qualsiasi evento/incidente che dovesse verificarsi. Allo stesso modo, il comandante italiano terrà informato il comandante statunitense di tutte le attività nazionali significative. Il comandante italiano avviserà il comandante statunitense se ritiene che le attività statunitensi non rispettino la legge italiana applicabile e chiederà immediatamente consiglio alle autorità italiane superiori. Le divergenze di opinione tra i comandanti in merito all’opportunità di intraprendere una specifica attività, che non possono essere risolte a livello locale, saranno prontamente deferite alle rispettive catene di comando per la risoluzione. L’avvio di un’attività controversa – chiarisce ancora il Memorandum – è subordinato alla risoluzione della controversia». Ancora: «gli aumenti permanenti della componente operativa e del relativo supporto saranno autorizzati dalle autorità nazionali italiane. Gli aumenti temporanei del personale militare e civile (per addestramento, esercitazioni, attività logistiche, transito, ecc.) saranno approvati dal comandante italiano. Gli aumenti temporanei del personale associato alle operazioni già approvate dal governo italiano saranno coordinati con il comandante italiano».

Il trattato principale (i cui contenuti non sono stati mai divulgati)

Il trattato fondamentale che disciplina lo status delle basi americane in Italia è tuttavia l’Accordo bilaterale sulle infrastrutture (Bia), stipulato tra Italia e Stati Uniti il 20 ottobre 1954. Tale trattato, noto come “Accordo ombrello”, non è mai stato pubblicato. Il motivo? Hanno una elevata classifica di segretezza e non possono essere declassificati unilateralmente. Questo accordo stabilisce il tetto massimo delle forze Usa che possono stazionare in Italia. In conformità al BIA sono stati approvati, nel corso degli anni, vari Memorandum d’intesa, tecnici e locali per regolamentare diversi aspetti connessi all’uso delle singole basi.

Le basi dove operano gli Usa

Come ricorda il professore emerito di Diritto internazionale presso l’università Luiss (Roma) Natalino Ronzitti in un approfondimento per lo Iai, l’Istituto affari internazionali, il ministro della Difesa Arturo Parisi aveva dichiarato, dinanzi alla Camera dei deputati, il 19 settembre 2006, che esistono otto basi Usa in Italia (allo stato attuale sono diventate sette) disciplinate sulla base di accordi bilaterali Italia-Usa. Secondo una precisazione pubblicata dagli autori della prassi italiana di diritto internazionale nell’Italian Yearbook of International Law, le otto basi (o meglio basi e infrastrutture) degli Stati Uniti in Italia sono: Aeroporto di Capodichino (attività di supporto navale); Aeroporto di Aviano, Pordenone (31° stormo e 61° gruppo di supporto regionale); Camp Derby (Livorno); la base di Gaeta, Latina; la Base dell’Isola della Maddalena (che è stata successivamente smantellata, ndr); la Stazione navale di Sigonella (quella ricordata nei libri di storia per il grave incidente diplomatico e militare avvenuto tra l’11 e il 12 ottobre 1985 tra Italia e Stati Uniti, innescato dal dirottamento della nave da crociera Achille Lauro); l’osservatorio di attività solare in San Vito dei Normanni; una presenza in Vicenza e Longare. La base militare viene istituita in territorio altrui mediante un accordo, che contiene il regime della base stessa e dettaglia i diritti e gli obblighi dello stato o dell’organizzazione titolare della base e dello stato territoriale (cioè lo stato che ospita la base). Per quanto riguarda l’Italia, l’accordo è la fonte dei diritti e degli obblighi tanto delle basi sottoposte al regime Nato quanto delle basi Usa.

Il precedente più recente

La questione se gli alleati americani possano utilizzare le basi italiane non è nuova. È venuta fuori lo scorso anno, dopo che gli Usa avevano bombardato tre siti nucleari in Iran. In occasione delle comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio europeo del giugno scorso, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva deciso di fornire alcuni chiarimenti su richiesta di Pd e Cinque stelle. I due partiti di opposizione avevano chiesto al governo di non autorizzare l’uso delle basi italiane per un eventuale attacco all’Iran. «Potranno essere utilizzate solo con un’autorizzazione del governo italiano», aveva spiegato in quella circostanza Meloni, aggiungendo che è «velleitario speculare su scenari che al momento non si sono verificati, soprattutto in un contesto in rapida evoluzione». «Non penso che accadrà, ma in ogni caso posso garantire che una decisione del genere dovrebbe fare un passaggio parlamentare», aveva sottolineato la presidente del Consiglio, chiarendo che, secondo lei, il permesso di usare le basi non va concesso «su base ideologica», ma «valutando il contesto, valutando i pro, i contro e le ragioni».

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