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Home » Medici di famiglia: la riforma resta in bilico e le Regioni bocciano Ddl riordino del Ssn
Salute

Medici di famiglia: la riforma resta in bilico e le Regioni bocciano Ddl riordino del Ssn

Sala StampaDi Sala StampaMaggio 20, 20264 min di lettura
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Medici di famiglia: la riforma resta in bilico e le Regioni bocciano Ddl riordino del Ssn

La riforma dei medici di famiglia scricchiola sempre di più, ma resta per ora in bilico nonostante il muro alzato dai sindacati di categoria pronti a scioperi e mobilitazioni nei prossimi giorni, anche se non mancano al loro interno dei distinguo. Il rischio concreto ora è che senza un intervento immediato l’appuntamento con l’apertura a fine giugno con oltre mille Case di comunità – maxi ambulatori finanziati con 2 miliardi dal Pnrr dove fare visite, esami e prevenzione – si trasformi in un clamoroso flop.

L’ultimo report di Agenas che fotografa la situazione a dicembre scorso raccontava di solo il 4% di strutture con tutti i servizi attivi a causa soprattutto della mancanza di medici e infermieri. Da qui l’urgenza di una riforma dei medici di famiglia da far lavorare anche nelle Case di comunità sostenuta in primis dalle Regioni, finora compatte, e dal ministro della Salute Orazio Schillaci che l’aveva condivisa con la stessa premier Giorgia Meloni che meno di un mese fa aveva invitato Schillaci ad andare avanti. Una posizione che ora potrebbe vacillare di fronte agli altolà della categoria e ai dubbi che serpeggiano all’interno di Fratelli d’Italia, il partito della premier, dopo lo stop di Forza Italia.

Medici di famiglia: cosa cambia per i cittadini

Intanto le Regioni hanno bocciato l’altra riforma voluta da Schillaci e cioè il Ddl delega di riordino del Ssn che punta innanzitutto alla revisione della rete ospedaliera: «Ci saremo aspettati un coinvolgimento differente e preventivo, non ex post», ha spiegato Massimo Fabi, assessore dell’Emilia e Coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni che già domani dovrebbe chiedere il ritiro formale del Ddl e «l’apertura di un confronto con le Regioni nel segno della leale collaborazione». Un metodo, questo, della collaborazione che invece è stato seguito nel caso della riforma dei medici di famiglia che ha visto, dopo diversi confronti, la stesura di una bozza di decreto condivisa da tutti i governatori preoccupati dal possibile flop delle Case di comunità: il nucleo della riforma, ritoccata in corsa, prevede un doppio canale per assoldare i medici di famiglia di cui oggi c’è una grande carenza tanto che ne abbiamo meno di tutti in Europa e cioè da una parte mantenere come prioritario il canale attuale della convenzione – i dottori restano liberi professionisti che lavorano per il Ssn – e dall’altra, ma solo in via “residuale”, assumerne un contingente come dipendenti del Servizio sanitario per assegnarli lì dove ci sono le maggiori carenze a partire proprio dalle Case di comunità che rischiano di aprire vuote. Una possibilità, quest’ultima vista come fumo negli occhi dai sindacati soprattutto da quello più grande, la Fimmg, che anche in occasione della giornata mondiale del medico di famiglia ha rilanciato il suo «no ad una riforma che nel metodo e nel merito appare inaccettabile» minacciando anche lo sciopero nel caso il Governo intendesse andare avanti. Gli altri sindacati – Smi e Snami – sono invece meno rigidi sull’ipotesi di una dipendenza soltanto residuale.

Le indicazioni delle sigle sono state inviate ieri ai tecnici del ministero che ora dovrebbero farne tesoro per modificare il testo. Ma pesa il no della Fimmg che propone di fare subito il nuovo Accordo collettivo nazionale dove inserire le misure e i debiti orari da spendere dentro le Case di comunità lasciando intatta la convenzione e rinviando a una futura riforma con disegno di legge la revisione di tutta la medicina generale. Ma basterà la convenzione con tutti i necessari accordi regionali da fare in brevissimo tempo a riempire le nuove strutture che dovrebbero sfoltire i troppi accessi al pronto soccorso? Il dubbio è più che concreto, ma la strada verso la dipendenza (anche se “residuale”) per i medici di famiglia – una via a esempio seguita in Spagna e Portogallo e con forme miste in altri Paesi europei – sembra ormai sempre più in salita.

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