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Home » Partite Iva più fedeli ma il rischio evasione resta per una su due
Notizia

Partite Iva più fedeli ma il rischio evasione resta per una su due

Sala StampaDi Sala StampaMaggio 27, 20263 min di lettura
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Partite Iva più fedeli ma il rischio evasione resta per una su due

Probabilmente è ancora presto per parlare di un effetto del concordato preventivo. Sicuramente la guerra contro l’evasione è lontanissima dall’essere vinta. Però qualche segnale di fondo dai dati dei redditi delle partite Iva relativi alle dichiarazioni presentate nel 2025 va colto.

Partiamo dallo scenario macro che nel 2024 ha visto una crescita del Pil pari al 2,8% in termini reali e dello 0,8% in termini nominali. Messo in chiaro questo, i redditi medi dei poco meno di 2,7 milioni di partite Iva che sono obbligate a compilare le pagelle fiscali (ossia quelle con ricavi o compensi fino a 5,16 milioni di euro e che non hanno i requisiti per entrare in regimi agevolati) sono in crescita dell’8,6% arrivando ad attestarsi a 56.100 euro. Aumenta però anche il numero di partite Iva con un voto da 8 a salire delle pagelle fiscali, vale a dire il punteggio da cui scattano il “bollino” di affidabilità tributaria e i vantaggi del regime premiale: l’incremento è del 2,2% con un numero di “presenze” che arrivano a 1,25 milioni.

Qui si impongono due riflessioni. Da un lato, come più volte sottolineato dall’amministrazione finanziaria (da ultimo nella risposta al question time della scorsa settimana in commissione Finanze) il dato evidenziato con più enfasi è quello dei 200mila che sono transitati in area di affidabilità fiscale grazie al concordato preventivo con un meccanismo in due tempi che nel primo anno porta a un 8 in pagella e il secondo al 10. Dall’altro, il miglioramento della percentuale di affidabili fa restare il problema di dover “mettere in sicurezza” ancora una partita Iva su due che applica le pagelle fiscali (stiamo parlando al 53,3%), portandola a uscire da una situazione di rischio potenziale di evasione. Potenziale sia chiaro, perché non per tutti un voto basso o insufficiente è sinonimo di ricavi o compensi sottodichiarati o costi gonfiati, perché ci sono situazioni congiunturali o territoriali che possono determinare un punteggio non elevato.

Le medie, che vanno sempre considerate come una fotografia non in grado di cogliere i dettagli, restituiscono però l’immagine di tanti divari. I notai sono sempre al top con un valore che si avvicina a 337mila euro, dietro si collocano le attività finanziarie con 286.500 euro. Scendendo verso il basso della classifica si trovano le attività commerciali e gli esercenti. Bar, gelaterie, pasticcerie e produzioni dolciaria registrano un importo medio di 22.550 euro. Sotto i 20mila euro medi, invece, ci sono tra gli altri il commercio al dettaglio di animali da compagnia e alimenti per animali da compagnia (19.530) o il commercio al dettaglio di abbigliamento, calzature, pelletterie e accessori (19.050). Sotto i 16mila euro medi ci sono, solo per fare qualche esempio, i servizi estetici e per il benessere fisico (15.740) e le attività agrituristiche (15.680). Sotto i 6mila euro ci sono, tra gli altri, le coltivazioni agricole, silvicoltura e utilizzo di aree forestali (5.830) e la concia delle pelli e del cuoio (4.040). Dati che, però, come dimostra quest’ultimo caso, vanno approfonditi non solo con la lente fiscale perché sono la rappresentazione di settori spesso in grande sofferenza per effetto della crisi che stanno attraversando.

Così come restano profondi divari territoriali se si pensa che nel Nord Ovest il reddito medio è di 65mila euro (con un aumento del 9,1%), mentre al Sud è di 44.400 euro (l’aumento è del 7%) e nelle isole di 42.700 euro (aumento del 5,4%).

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