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Home » Aids, in Europa nella metà dei casi la diagnosi arriva tardi
Salute

Aids, in Europa nella metà dei casi la diagnosi arriva tardi

Sala StampaDi Sala StampaNovembre 30, 20253 min di lettura
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Aids, in Europa nella metà dei casi la diagnosi arriva tardi

Circa la metà delle diagnosi che arrivano in ritardo, ossia quando l’infezione ha già preso piede nell’organismo; casi in leggero calo rispetto al 2023; contagi in aumento tra i migranti e uomini colpiti maggiormente delle donne. È questo il quadro che emerge dal report ‘Hiv/Aids surveillance in Europe 2025’, sui dati del 2024, realizzato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) in cui viene riportato che i casi di Hiv registrati  Paesi dell’Unione europea e dello spazio economico europeo nel 2024 sono stati 24.164, con un un tasso di positività di 5,3 ogni 100.000 abitanti. 

Il 54% delle diagnosi di Hiv in Europa viene fatto troppo tardi

A spiccare è il fatto che più della metà (il 54%) delle diagnosi di Hiv in tutta Europa viene fatto troppo tardi per garantire un trattamento ottimale dell’infezione. Nell’Unione europea e nello spazio economico europeo il dato si attesta al 48%. La diagnosi tardiva rimane più frequente tra gli uomini eterosessuali, i tossicodipendenti e gli anziani, con significative variazioni geografiche. “Il numero di persone che convivono con l’Hiv non diagnosticato è in aumento, una crisi silenziosa che alimenta la trasmissione”, spiega Hans Henri P. Kluge, direttore regionale per l’Europa dell’Oms. Inoltre, sebbene il numero delle diagnosi sia il 14,1% in meno rispetto al 2015 (6,2 ogni 100.000) e il 5,4% in meno rispetto al 2023 (5,6 ogni 100.000), questo trend in calo, viene spiegato nel report, “deve essere interpretato con cautela”, poiché “potrebbe riflettere vizi nelle segnalazioni piuttosto che una vera riduzione epidemiologica”. “La non applicazione degli aggiustamenti standard per i ritardi di segnalazione, i ritardi residui e la maggiore tempestività di diagnosi dopo il Covid-19”, infatti, “potrebbero aver portato a un aumento dei casi segnalati subito dopo la pandemia, il che a sua volta influisce sui conteggi attualmente osservati”.

Un altro dato preoccupante riguarda il dilagare dell’infezioni trai migranti: nel 2024 questi hanno costituito il 55,7% dei casi di infezione da Hiv di origine nota in Europa, con un aumento delle diagnosi del 45,4% in 10 anni. Arrivando in Italia, nel2024 sono state registrate 2.379 nuove diagnosi di Hiv (4 per 100mila residenti), un dato lievemente inferiore ai 2.507 casi del 2023. Ma anche in questo caso i dati vanno presi con le pinze. “L’avere a disposizione la profilassi Pre-Esposizione (PrEP) e il cosiddetto ‘treatment as prevention’, ossia l’uso dei farmaci antiretrovirali come strumento per ridurre il rischio di trasmissione dell’Hiv, dovrebbero condurre verso una diminuzione più marcata – commenta Cristina Mussini, vicepresidente della Società italiana malattie infettive e tropicali (Simit) -. 

L’allarme: il virus continua a circolare soprattutto tra i giovani

Invece il virus continua a circolare soprattutto tra i giovani, mentre fatichiamo a far emergere il sommerso”. 

“Siamo in una situazione di stabilità delle nuove diagnosi, ma se andiamo a vedere quelli che sono i target che ci siamo dati come società internazionale delle Nazioni Unite (Unaids) per terminare l’epidemia da Hiv, ossia un declino costante delle infezioni fino ad arrivare quasi all’azzeramento nel 2030, ci rendiamo conto che siamo ancora fuori strada”, spiega Davide Moschese, infettivologo dell’Asst Fatebenefratelli Sacco di Milano. 

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