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Home » Alzheimer e demenza, mettersi ai fornelli riduce il rischio ed attiva mente e corpo
Salute

Alzheimer e demenza, mettersi ai fornelli riduce il rischio ed attiva mente e corpo

Sala StampaDi Sala StampaAprile 19, 20263 min di lettura
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Alzheimer e demenza, mettersi ai fornelli riduce il rischio ed attiva mente e corpo

Dimmi quanto cucini e ti dirò quanto rischi un decadimento cognitivo. Pur se non esiste un rapporto causa-effetto ma solo un’associazione, pare essere questa la morale che emerge da una ricerca giapponese pubblicata sul Journal of Epidemiology & Community Health (primo nome Yukako Tani, del Dipartimento di Salute Pubblica dell’Institute of Science di Tokyo). Perché scegliere gli ingredienti con cura, preparare sapientemente un piatto, cucinarlo per il tempo giusto selezionando profumi ed aromi può contribuire davvero al benessere psicofisico, al punto da proteggere dall’avanzare delle malattie degenerative associate alla demenza in età avanzata.

Il calo del rischio, peraltro, non è certo da sottovalutare. Basterebbe preparare un pasto in casa almeno una volta alla settimana per ridurre del 30% le probabilità di sviluppare i processi neurodegenerativi. Il motivo? La preparazione di un pasto, con tutto ciò che comporta, aiuta sicuramente a mantenere occhio e coordinazione fisica, ma rappresenta anche un meccanismo di stimolazione cognitiva da non sottovalutare. In un’epoca caratterizzata da Home delivery, pasti pronti e cibi da asporto, insomma, il ritorno alle antiche tradizioni culinarie del “fatto in casa” appare davvero come un potenziale salvacondotto naturale per il benessere.

Lo studio sugli over-65

La ricerca è partita con un obiettivo chiaro: valutare se la frequenza con cui si cucina in casa possa associarsi all’incidenza di decadimento cognitivo ella demenza e quanto la competenza in cucina possa influire sul percorso cognitivo. Sono stati considerati i dati di quasi 11.000 soggetti over-65, con controlli a sei anni di distanza, tratti dalla popolazione del Japan Gerontological Evaluation Study. Un quinto dei partecipanti aveva più di 80 anni e per metà si trattava di donne. Il campione ha compreso per un terzo persone con meno di 9 anni di istruzione: il 40% aveva un reddito annuo inferiore a 2 milioni di yen, più o meno 1000 euro al mese. Tutti i partecipanti hanno compilato questionari sulla frequenza con cui preparavano pasti fatti in casa, da zero a più di 5 volte a settimana, nonché sul livello delle loro competenze culinarie. Queste sono state valutate in base a 7abilità, che spaziavano dalla capacità/incapacità di sbucciare frutta e verdura alla capacità/incapacità di preparare stufati. Circa la metà dei partecipanti cucinava almeno cinque volte a settimana, mentre più di un quarto non lo faceva. Le donne e coloro che avevano esperienza in cucina tendevano a cucinare più pasti a casa rispetto agli uomini e a coloro che non avevano esperienza in cucina.

“Lo studio – spiega Guido Di Sciascio, Presidente della Società Italiana di Psichiatria (SIP) – richiama l’attenzione su un aspetto spesso sottovalutato: la salute mentale, soprattutto nelle persone anziane, si costruisce anche attraverso attività quotidiane apparentemente semplici, ma in realtà molto complesse sul piano cognitivo. Cucinare non è un gesto automatico, bensì un processo articolato che coinvolge memoria, pianificazione, funzioni esecutive e coordinazione motoria. È importante, tuttavia, leggere correttamente questi dati: non siamo di fronte a una relazione causale, ma a un’associazione. Questo significa che il fatto di cucinare potrebbe rappresentare non solo un possibile fattore protettivo, ma anche un indicatore di maggiore autonomia e di una migliore condizione cognitiva di partenza”.

Quanto aiuta la cooking therapy

Nel periodo di osservazione sono stati considerati i casi di decadimento cognitivo significativo, tanto da richiedere assistenza, rilevati attraverso il servizio sanitario pubblico. Il quadro si è manifestato in circa l”11% dei soggetti.

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